Il Sole 24 Ore
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«Ora investimenti fuori dal Patto»

Dino Pesole



ROMA
Investimenti pubblici «veri e genuini» per rilanciare l'economia europea e portarla fuori dalle secche della bassa crescita, cui l'ha relegata anche il monoteismo rigorista della Germania. Mario Monti prova a cavalcare il vento nuovo che, dopo l'affermazione di Francois Hollande, sembra spirare in Europa, e in un dibattito su crescita e riforme con il vice presidente della Commissione europea, Olli Rehn, traccia i punti dell'agenda italiana per lo sviluppo. Parla con lo sguardo rivolto soprattutto a Berlino, in previsione del vertice straordinario sulla crescita, convocato a Bruxelles il 23 maggio dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, e del successivo summit del 28 e 29 giugno. Nel mezzo le riunioni dell'Eurogruppo/Ecofin del 14 e 15 maggio, e del 21 e 22 giugno.
Non è più il tempo della ricognizione e dello studio. Ora è tempo di agire. Monti si augura che non sia necessario modificare i trattati (che equivarrebbe a tempi lunghi) e invita la Commissione europea a un ruolo «attivo di trascinamento» sul tema della crescita. Azioni coerenti con la disciplina di bilancio, come chiede Angela Merkel, e tuttavia immediate. Una sorta di «operazione trasparenza» che consenta agli Stati di far fronte ai propri debiti nei confronti delle imprese, senza pesare sui conti pubblici. Accanto a questo, il vecchio cavallo di battaglia, lo scorporo totale o parziale dal computo del deficit delle spese per investimenti produttivi (la «golden rule»). Una proposta che comincia a fare proseliti: un'iniziativa bipartisan al Parlamento europeo per lo scorporo di 2/5 degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit strutturale è stata presentata oggi alla Commissione per gli Affari economici e monetari dagli eurodeputati Roberto Gualtieri (Pd) e Mario Mauro (Pdl). L'obiettivo è un emendamento al «two pack», i nuovi regolamenti per una maggiore sorveglianza dei bilanci degli Stati membri.
Monti si chiede se non sia il caso di rivedere le «convenzioni statistico-contabili del settore pubblico, per far emergere il debito di fornitura verso le imprese». Onorare tali impegni non dovrebbe provocare il «peggioramento delle condizioni di aderenza ai vincoli europei». Operazione da condurre in porto prima che il «Fiscal compact», una volta ottenuta la ratifica da parte degli Stati membri, entri effettivamente in vigore. Un lasso di tempo prezioso da sfruttare con cura e celerità, per restituire liquidità al sistema delle imprese ed espandere in tal modo la capacità produttività dell'intera eurozona.
La sponda della Commissione è sulla carta garantita. Rehn riconosce che in questa fase si può tentare di «aumentare il ruolo dell'investimento pubblico». Pensa soprattutto al potenziamento del ruolo e della capacità operativa della Bei, attraverso l'emissione di project bond, e riconosce fondata l'urgenza di un «processo di risanamento che possa favorire la crescita, attraverso riforme strutturali». Come quella all'esame del Parlamento sul mercato del lavoro che - spiega - «servirà ad eliminare rigidità al sistema», ed è in linea con le raccomandazioni dell'Unione europea. Elogi per la «risposta politica italiana» alla crisi, ed un invito esplicito a proseguire sulla strada del risanamento attraverso la spending review e la maggiore equità fiscale. «È importante avere un attivo primario nel 2013 e un bilancio in linea con il Fiscal compact», e l'aver introdotto il vincolo del pareggio in Costituzione.
Quanto allo specifico della proposta italiana sui debiti della Pa, il vice presidente della Commissione europea e commissario all'Industria, Antonio Tajani coglie «segnali positivi» da parte di Bruxelles. Ne ha parlato con Rehn prima della sua partenza per Roma: «Nell'ambito delle regole del Patto di stabilità e del Fiscal compact, vi siano elementi per poter risolvere in modo positivo la questione». Debiti che «ammontano a circa 80 miliardi e che, se pagati, potrebbero far schizzare il deficit».
L'Italia - ribadisce Monti - sta operando per il contenimento del disavanzo e del debito, ma se il contesto internazionale non crea domanda «il tutto rischia di diventare sterile». Agire sul denominatore dunque, sul Pil, ecco l'imperativo, con un approccio che Monti colloca nel mezzo tra chi punta a stimolare la domanda anche con disavanzo pubblico («il mondo anglosassone figlio di Keynes») e quanti («il mondo tedesco») vedono la crescita come prodotto «di comportamenti etici individuali e collettivi». Stare nel mezzo significa proporre investimenti e dunque una politica dell'offerta «che ampli la capacità produttiva per il futuro». Azioni che Monti definisce «virtuose». Vi rientrano gli eurobond che «sono più vicini, anche se non immediati».
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Il pacchetto Monti

PROJECT BOND


I project bond europei, cioè le emissioni di obbligazioni per rilanciare la crescita europea finanziando infrastrutture, ricerca e telecomunicazioni, sembrano destinate a un'accelerazione consistente, tanto che ieri il capo dell'esecutivo europeo Barroso ha affermato che la Commissione punta ad ottenerne l'approvazione in occasione del Consiglio europeo di fine giugno. I progetti da finanziare dovranno essere transnazionali e riguarderanno le energie rinnovabili, le interconnessioni e i trasporti

VENTURE CAPITAL


La seconda proposta per la crescita di Monti al commissario Rehn riguarda un regolamento europeo sui venture capital, su cui attualmente non esiste una normativa comunitaria organica. Lo scorso dicembre la Commissione ha presentato una proposta di regolamento che stabilisca norme uniformi per la commercializzazione di questi fondi, la quale prevede, una volta rispettati determinati criteri, che tutti i gestori di fondi possono raccogliere capitali nella Ue ricorrendo alla designazione «fondo europeo di capitale di rischio»

GOLDEN RULE


La terza proposta per la crescita dell'economia comunitaria è un vecchio cavallo di battaglia del presidente del Consiglio Monti, cioè scorporare parte delle spese per investimenti dal computo del deficit (la golden rule). In passato, la golden rule non ha mai superato il livello di ipotesi allo studio anche per le persistenti difficoltà, emerse in sede Eurostat, a definire una griglia omogenea che qualifichi la categoria degli investimenti produttivi in tutti i Paesi membri dell'Unione europea