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Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2012 alle ore 08:12.

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IL CAIRO. Dal nostro inviato
«Faruk Sultan, capo della Commissione elettorale, annuncerà i risultati del ballottaggio presidenziale domenica alle ore 15». Dopo una settimana esatta di attesa, ambiguità, fughe di notizie false, Hatem Bagatto, vorrebbe trasmettere un'idea di trasparenza dell'organizzazione della quale è il segretario generale. Ma agli occhi degli egiziani la Commissione resta un sinedrio tutt'altro che trasparente di burocrati controllati dai militari.
Qualsiasi imbroglio abbia tentato di fare la Commissione, la proclamazione del risultato potrebbe slittare una volta di più. Ma quasi certamente il vincitore è Mohamed Morsi, candidato presidenziale dei Fratelli musulmani. Perde quasi certamente e per poche percentuali di voto, Ahmed Shafik, l'ex premier e generale di Mubarak. «Accetteremo qualsiasi risultato», premette il portavoce della Fratellanza Mahmud Ghazlan. «Ma se sarà il contrario di quello che ci aspettiamo, il popolo difenderà la sua libera volontà». Giusto per capire che qui, al Cairo, si tratta di una gara fra democratici alle prime armi, se di democratici si tratta. Fino a che non c'è il risultato voluto, Piazza Tahrir continua ad essere attivamente presidiata dalla base islamista.
L'Egitto di queste settimane ha offerto molti eventi sensazionali, compresa la morte e la resurrezione di Hosni Mubarak. Ma non ci dovrebbero essere sorprese riguardo alla vittoria di Morsi. Da qualche giorno, tuttavia, la questione non è più fra due candidati ma fra due poteri: i militari e i Fratelli musulmani. È capire quali poteri avrà il nuovo presidente: se sarà circondato da una gabbia istituzionale già predisposta dallo Scaf, la giunta militare; o se quei limiti la Fratellanza ha già incominciato a forzarli. Queste cose non le dirà Faruk Sultan che oggi alle 15 avrà il suo minuto di celebrità. Sono i temi dello scontro già in corso e che si dipanerà immediatamente dopo.
Come aveva detto giovedì il leader politico della fratellanza Khairat al-Shater, in un'intervista al Sole-24 Ore, gli islamisti stanno trattando con i generali, con i partiti laici dell'opposizione, perfino con gli americani. «La politica è l'arte del possibile», aveva detto. Le opzioni di cui si sta parlando, infatti, sono molte: Morsi avrà poteri presidenziali limitati ma l'attuale Governo creato dai militari potrebbe essere sostituito da uno civile di unità nazionale, guidato dal Nobel per la pace Mohamed elBaradei; sarà fissata la data della rielezione del Parlamento smantellato dai militari ma si potrebbe rinnovare solo un terzo dei seggi, come chiedono gli islamisti.
Tutte ipotesi, non notizie. Il nodo vero, il santo graal che davvero determinerà vincitori e sconfitti nella disputa egiziana un tempo chiamata Primavera, è "al Dostur": la Costituzione. Quale commissione la scriverà, chi e come sceglierà i suoi membri, che orientamento avrà. I militari già hanno predisposto il loro pieno controllo; la Fratellanza lo vuole cambiare.
L'annuncio di oggi con la proclamazione di Morsi, permetterà di liberare piazza Tahrir delle truppe del partito islamista. Si dava per scontato che sarebbero state loro a scatenarsi, in caso di sconfitta. Se, come sembra, perderà Shafik, non ci saranno incidenti: il vecchio regime sconfitto alle urne può sempre contare sullo Scaf. In ogni caso la giunta ha annunciato che oggi verrà rafforzata la sicurezza in tutto il Paese. Perché quella tra islamisti e militari è solo una tregua, non un trattato di pace.
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