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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2012 alle ore 06:37.

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TAMPA. Dal nostro inviato
Si sale al 42esimo piano di un grattacielo di downtown, nella sala ovale del Tampa Club, per intuire la direzione della politica estera e di sicurezza di un'eventuale amministrazione Romney. A spiegare il pensiero di Mitt Romney c'è Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota, già in lizza alle primarie del Grand Old Party e da tempo principale consigliere politico del candidato repubblicano. Nei corridoi della convention di Tampa, Pawlenty è il nome che circola con più insistenza per la carica di segretario di Stato.
Ospite al Tampa Club di un Centro studi di area neo-conservatrice (il Foreign Policy Initiative animato da Bill Kristol, Bob Kagan e Dan Senor), Pawlenty non ha confermato né smentito le voci sul suo ingresso al governo, ma all'incontro con analisti militari, esperti di politica estera e ospiti internazionali era molto chiaro che parlasse a nome e per conto di Romney. Il titolo dell'incontro era Peace through strength, pace attraverso la forza, uno slogan su cui addirittura esiste un copyright e che in passato ha ispirato le politiche reaganiane. Una frase che è già un programma e che mercoledì sera è stata rilanciata da Condoleezza Rice nel discorso alla convention.
Pawlenty ha detto che le priorità di Romney sono l'Iran («non gli permetteremo di dotarsi della bomba»), Siria («Obama delega alla Russia, ma la Russia sta aiutando il regime di Assad») e Corea del Nord («nessuno sa come si comporterà il nuovo leader»). Pawlenty non ha ripetuto che «la Russia è il nostro nemico geopolitico numero 1», come aveva detto Romney, ma è chiaro che la nuova leadership repubblicana considera un fallimento la politica del «reset» avviata da Obama, e rifiutata da Mosca.
Sull'Europa, Pawlenty non ha lasciato dubbi: «I problemi economici e finanziari sono vostri, dovrete risolverli internamente, magari con l'aiuto di Fmi e Banca mondiale, ma non con l'intervento dell'America». Resta il fatto, ha aggiunto, che un'unione monetaria senza unione fiscale e di bilancio è destinata a creare problemi. Pawlenty preferirebbe inoltre un rafforzamento militare dell'Alleanza atlantica piuttosto che la nascita di un vero esercito europeo, ma in generale l'Europa non è al centro delle preoccupazioni.
In questi anni Romney è stato spesso molto vago, talvolta contraddittorio, sulla politica estera e di sicurezza nazionale. L'avvio è stato da politico pragmantico e realista, sulla linea della più tradizionale scuola repubblicana e non molto distante dall'approccio iniziale di Obama. Il suo istinto di businessman lo porta a tenersi alla larga da dottrine rigide. A poco a poco – anche per accreditarsi con l'establishment repubblicano, oltre che per differenziarsi da Obama – si è avvicinato a posizioni più idealistiche e di principio. Kagan e Senor sono diventati suoi consulenti, assieme a molti veterani dell'era Bush e Cheney tra cui anche l'unico big di scuola realista: l'ex presidente della Banca mondiale Robert Zoellick. Ora Romney vuole esplicitamente rinnovare «il secolo americano», un'idea ribadita più volte alla convention da Chris Christie («un secondo secolo americano»). Anche qui siamo in territorio neocon e, in particolare, del defunto Project for a New American Century dalle cui ceneri è nata la Foreign Policy Initiative che al Tampa Club ha ospitato Pawlenty.
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