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Questo articolo è stato pubblicato il 03 ottobre 2012 alle ore 17:19.

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Evangelos Venizelos e Antonis Samaras (Reuters)Evangelos Venizelos e Antonis Samaras (Reuters)

La rabbia aumenta
La Grecia è ora al suo quinto anno di recessione (e secondo il governo sarà così anche l'anno prossimo con un -4%) e sta lottando per raggiungere gli obiettivi di bilancio fissati dai suoi partner della zona euro e del Fondo monetario internazionale. Il divario tra la spesa pubblica e le entrate è previsto al 7,3 per cento quest'anno, sulla base delle stime del Fmi. Il debito accumulato del paese si attesta a 332 miliardi di euro, pari al 163 per cento del PIL. Il primo ministro greco Antonis Samaras ha chiesto alla Ue e al Fmi, che chiedevano ulteriori tagli alla spesa pubblica, ad agosto da dare un «un po' di respiro» di almeno due anni al piano di rientro. Allo stesso tempo, i critici dicono che anche il sistema politico dovrebbe stringere la cinghia riducendo le spese della politica.
«Il finanziamento pubblico ai partiti politici devono essere adeguato a ciò che l'economia greca può permettersi e non può essere troppo lontano dalla media corrispondente nell'Unione europea», ha dichiarato Yannis Sarris, il leader del piccolo partito Dimiourgia Xana, che si autodefinisce «un partito del buon senso».

Altri dicono che è politicamente inaccettabile che i partiti ottengano prestiti bancari mentre molte aziende non sono in grado di ottenere credito anche a fronte di garanzie solide. Il piccolo partito di Alleanza Democratica (confluito in Nea Dimokratia alle elezioni di giugno per far fronte comune e diga contro la sinistra radicale di Syriza) ha chiesto un taglio del 50 per cento ai finanziamenti statali ai partiti. Proposta caduta nel vuoto non appena vinte seppur di poco le elezioni. «Da un lato abbiamo un paese sull'orlo del fallimento, una società sofferente, vittima di una pressione fiscale senza precedenti» ha detto il deputato di Alleanza democratica Christos Markoyannakis in Parlamento nel mese di dicembre dello scorso anno. «D'altra parte, ci troviamo di fronte alla provocazione assoluta da parte di chi ha la più gran parte di responsabilità per la crisi del paese. Fino a quando i soldi continuano ad arrivare nelle casse dei partiti, tutto va bene». Il Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), un organismo istituito dal Consiglio d'Europa, ha rivolto gravi critiche al modo in cui la Grecia finanzia i suoi partiti politici. E ha esortato Atene a migliorare la trasparenza del finanziamento, a rafforzare i controlli sulla piccole donazioni per paura che i donatori più ricchi possano abusare del sistema, a garantire che i prestiti vengono rimborsati alle condizioni iniziali - altrimenti rischiano di diventare di fatto delle donazioni mascherate. Il gruppo ha concluso: «C'è in Grecia una sfiducia generale pubblica del sistema di finanziamento politico e di controllo, che possono essere attribuiti ad un sistema globale inefficiente e poco trasparente della vigilanza, in cui i partiti politici sono giudice e giuria».

«Questo sistema non è riuscito, in base al diritto vigente, a scoprire e sanzionare qualsiasi - anche la più piccola - violazione delle norme in materia di finanziamento politico». Finora, però, nessuna delle 16 raccomandazioni del GRECO sono state implementate, ha fatto sapere l'organizzazione internazionale. Le possibilità di una rapida riforma in materia sono molto scarse. L'anno scorso Nikos Alivizatos, un avvocato costituzionalista, ha contribuito alla stesura di una nuova legge per correggere i difetti del sistema attuale, tra cui il divieto alle banche di far credito ai partiti politici. La legislazione è stato accantonata senza pensarci troppo perché i due partiti principali preferivano mantenere lo status quo.

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