Il Sole 24 Ore
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7 maggio 2013

Andreotti da «capo d'orchestra» a «grande vecchio» o Belzebù, «un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma»

di Elysa Fazzino


Lo ricordano come il politico che ha incarnato l'Italia del dopoguerra, nel bene e nel male. Lo chiamano "capo d'orchestra", "politico inossidabile", "titano pre-Berlusconi", "gigante della politica italiana", "il grande vecchio", "guardiano di segreti", "il Divo". Senza dimenticare il soprannome di "Belzebù". La morte di Giulio Andreotti è sulle prime pagine di molti siti della stampa estera, i cronisti più anziani lo hanno conosciuto personalmente, altri lo hanno studiato sui libri di storia italiana.

Per Le Monde, Andreotti è stato "l'incarnazione delle glorie e miserie dell'Italia democristiana", "il capo d'orchestra di quarant'anni di vita politica". "Simboleggiava sia il miracolo economico che le turpitudini della Prima Repubblica", scrive il quotidiano francese, che gli dedica un'intera pagina nell'edizione cartacea di questo pomeriggio.
I compaesani della Ciociaria, sua terra d'origine, lo chiamavano "San Giulio" – ricorda Le Monde - vedendolo recarsi a messa tutte le mattine. "I suoi avversari, che lo accusavano di avere posto ‘la grande pace democristiana' su acrobatici compromessi con tutti i poteri, tra cui quello della mafia, preferivano parlare di Belzebù". Ma nessuno, aggiunge il quotidiano, "è mai riuscito davvero a penetrare il mistero di Giulio Andreotti".

"Eroe suo malgrado" del film "Il Divo" di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo nel ruolo di Andreotti, era furioso, ma – nota le Monde - non ha resistito alla battuta di fronte al successo: "Sono contento per il produttore, se avessi una partecipazione ai profitti sarei più contento ancora…"

Le Figaro parla di Andreotti come "la parte d'ombra dell'Italia del dopoguerra". Membro di tutti i governi per mezzo secolo, dal 1946 al 1992, "sospettato di collusione con la mafia, non aveva che una passione: la politica". E' stato "l'uomo di Stato italiano più influente e più celebre del dopoguerra".

Libération lo definisce "L'inossidabile padrino della Democrazia cristiana". Per mezzo secolo "ha incarnato il potere in Italia e simboleggiato la potenza della Dc", sottolinea il quotidiano della sinistra francese.

"Pio e controverso" – continua Libération - "uomo dallo spirito estremamente fine, dall'ironia mordente e dalla resistenza a ogni prova", "ammirato e temuto dai suoi sostenitori, detestato dai suoi avversari, sarà stato uno dei grandi baroni della Dc per i quali l'arginamento dei comunisti, la lotta contro il terrorismo e il formidabile sviluppo economico del dopoguerra valevano tutti i compromessi e i colpi bassi". Nato da una famiglia povera, è diventato "uno dei rari uomini politici italiani di levatura internazionale".

Les Echos titola sulla homepage "La scomparsa del Divo", alludendo al film di Sorrentino, e lo definisce "recordman" della longevità politica italiana e "pilastro" della Democrazia cristiana. "Difficile immaginare un personaggio politico italiano più segreto e inafferrabile". Collezionava soprannomi, la "Sfinge", "Belzebù", la "Volpe, il "Papa nero" e l'"Inossidabile".

Rilanciato dalle agenzie di stampa, il termine "inossidabile" è tra i più ricorrenti sui siti. Compare in vari titoli del Nouvel Observateur, che definisce Andreotti anche "simbolo dell'Italia del dopoguerra" e nota come sia significativo che egli lasci la scena proprio mentre uno dei suoi lontani eredi, Enrico Letta, è diventato il secondo presidente del Consiglio di unione nazionale del dopoguerra italiano.

Il Times ricorda Andreotti come "uno dei più influenti politici del dopoguerra", noto per le sue succinte massime e per la "politica di scambio". Il quotidiano britannico ne evoca le strette relazioni con il Vaticano e la reputazione "machiavellica" per l'intrigo.
"Potenziale alleato" di Margaret Thatcher, "non fu mai apprezzato dalla Lady di Ferro, che lo considerava un uomo senza principi", osserva il Times. Nelle sue memorie, la Thatcher scrisse che Andreotti aveva "una sicura avversione per i principi". Il quotidiano si sofferma sulle accuse di collusione con la mafia e i processi che "hanno lasciato molte domande senza risposta sulle scelta dei suoi compagni mentre era al potere, comprese figure dubbie che erano senz'altro ricchi mafiosi".

L'Independent mette in evidenza in un titolo le accuse di legami con mafia: Andreotti "gigante della politica italiana e sette volte primo ministro", "noto per legami ambigui con la mafia", ha contribuito a redigere la Costituzione italiana del dopoguerra.

"Un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma": l'aforisma usato da Winston Churchill per descrivere l'Unione sovietica - , scrive ancora l'Independent - si può applicare ad Andreotti, uomo che ha dominato politica italiana per quasi mezzo secolo, "imperscrutabile sfinge" cui veniva riconosciuto più potere dell'orribile mostro dell'antichità.

Per la Bbc, Andreotti era un "titano pre-Berlusconi". Soprannominato Belzebù per le sue "abilità machiavelliche", era "un uomo di ieri". La sua scomparsa – osserva l'emittente britannica - ha scatenato "uno tsunami" di memorie politiche dei giorni in cui l'Italia emergeva dalla distruzione della Seconda Guerra mondiale e gettava le fondamenta del boom economico. "Ha anche rinfrescato la memoria di legami inammissibili tra la mafia siciliana e la politica romana".

"Pochi politici moderni sono stati così profondamente immersi nell'apparato di potere come Giulio Andreotti", nota il Financial Times, sotto il titolo "statista italiano".

Il quotidiano ricorda che in un'intervista rilasciata al Ft cinque anni fa, Andreotti "rifletté con un po' di nostalgia su come la guerra fredda aveva dominato la sua vita politica" e di come aveva contribuito a convincere Washington che il partito comunista italiano "non stava scivolando nel campo sovietico". Negli anni '60 aveva stretti legami con Robert Mc Namara, segretario alla Difesa Usa. E alla vigilia delle elezioni del 2008 "era ancora molto in contatto con la politica". Era critico nei confronti dell'Economist per la condanna di Silvio Berlusconi come "inadatto a governare", ma aveva anche ammesso che il barone dei media che guida il centrodestra dal 1994 aveva "confuso la distinzione tra politica e non politica".

Come ministro degli Esteri primo ministro negli anni '80 e poi ancora come primo ministro, fu fondamentale nello "spingere l'Italia verso una più profonda integrazione europea con il trattato di Maastricht", sottolinea il Ft. "Ma non riuscì tuttavia a preparare il Paese alle proprie responsabilità", aggiunge il quotidiano, osservando che prese impegni sulla disciplina della finanza pubblica e sulla riduzione del debito nazionale "o con scarsa comprensione del loro significato o con poca intenzione di rispettarli".

Il Guardian chiama Andreotti "tenace primo ministro italiano", "controverso leader al centro della vita politica italiana per 50 anni". Il suo incarico ai gradini più alti del governo è stato "senza uguali in Europa".

Nel ripercorrere la sua carriera, il Guardian ricorda che come svolse un ruolo chiave nel tratto di Maastricht nel 1992, in particolare ottenendo l'appoggio della Thatcher, "impresa non piccola". Di lei poi egli disse: "La signora Thatcher è una donna di grande intelligenza… ma ha un'indole autoritaria. Non è facile stare attorno a un tavolo con lei".

Andreotti fu tra coloro che aveva frenato sulla riunificazione tedesca - famosa la sua battuta "Amiamo tanto la Germania che una non ci basta, ne vogliamo due" – ma poi ne divenne un sostenitore. Nella stampa tedesca, Die Welt titola "Un pio uomo di potere di un'epoca passata" e ricorda come Andreotti, pur "non avendo carisma" sia stato "in prima linea per decenni sopravvivendo a numerosi scandali". Per la Franfurter Allgemeine Zeitung Andreotti era "uno scaltro e potente tattico", mentre Suddeutsche Zeitung titola "Il Papa nero d'Italia" e sottolinea come Andreotti fosse "temuto per clientelismo, collusione politica e volontà assoluta di potere".

El Pais definisce Andreotti il "grande vecchio" e giudica "sorprendente" la capacità del politico italiano di adattarsi alla "successione di scandali legati al suo nome".
"L'ultimo episodio torbido della vita di Andreotti lo legava a un conto segreto della banca vaticana", lo Ior, nota il quotidiano spagnolo, ricordando che il suo nome compariva nei documenti segreti pubblicati nel 2009 da Gianluigi Nuzzi, il giornalista che svelò le carte del Vatileaks.

"Fu capace di trattare con Dio e col diavolo, dando a ciascuno il suo posto e senza perdere mai il suo, che fu sempre quello del potere", scrive ancora El Pais.

El Mundo pubblica un commento di del vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani: "Andreotti, uno statista che aiutò la Spagna", corredato da una foto di Andreotti insieme a Felipe Gonzalez. I politici spagnoli che negoziarono l'adesione della Spagna alla Comunità europea riconosceranno ad Andreotti il ruolo svolto per le politiche di coesione e di aiuti regionali, osserva Tajani. Sette volte primo ministro, Andreotti è "figura chiave della politica italiana" e "incarnava il lato più oscuro della politica".

Per Abc.es è "il guardiano di tutti i grandi segreti d'Italia", "maestro dell'ingegno e della persuasione", "timoniere e naufrago degli anni di piombo".
Il New York Times sottolinea che fu "premier d'Italia 7 volte", lo mostra in una foto insieme a Richard Nixon nel 1973 e fa notare che il suo curriculum di risultati e fallimenti appare come "una storia della Repubblica".
Probabilmente il suo episodio più traumatico come primo ministro accadde nel 1978, quando le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro. Andreotti "anche se chiaramente angosciato", rifiutò di negoziare con i terroristi, ricorda il Nyt.

"Per sette volte premier ha guidato il cammino dell'Italia del dopoguerra", titola il Wall Street Journal, che definisce Andreotti come "uno dei padri fondatori della Repubblica" e ricorda come la sua carriera si sia dipanata tra l'era di Mussolini alla caduta del muro di Berlino.

Il Wsj osserva che molti dell'attuale generazione di leader, anche nel governo di Enrico Letta, sono stati formati nella Dc. Figura "divisiva", divenne "un simbolo di machiavellici giochi di potere". "Era una delle più potenti figure politiche dell'Italia del dopoguerra", scrive il Washington Post. "Gli studenti di politica italiana collocano Andreotti come uno dei leader più insigni dell'era spesso turbolenta tra la caduta del dittatore fascista Benito Mussolini e l'ascesa di Silvio Berlusconi".

Un lancio Ap riassume così il suo ruolo: "Giulio Andreotti personificava la nazione che ha contribuito a plasmare, il buono e il cattivo".


7 maggio 2013