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Questo articolo è stato pubblicato il 15 giugno 2013 alle ore 09:41.

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Il silenzio con cui le fonti ufficiali cinesi hanno finora commentato le prime rivelazioni sullo spionaggio elettronico che la Nsa starebbe praticando sistematicamente nei confronti della Cina dal 2009 lascia intendere quanto Pechino sia irritata. Dopo anni di accuse in senso inverso ("gli hacker cinesi assaltano i nostri siti!"), e a pochi giorni dall'incontro informale tra il presidente cinese Xi e Obama che avrebbe dovuto scaldare i rapporti tra i due leader, l'atmosfera si è fatta incredibilmente gelida.

Per un presidente che aveva fatto intendere fin dall'esordio al suo primo mandato che il Pacifico avrebbe rappresentato il baricentro della strategia americana del XXI secolo si tratta di un incidente di percorso particolarmente imbarazzante, i cui sviluppi potrebbero costare assai cari agli Stati Uniti. Il caso Snowden rischia così di assumere una dimensione internazionale, che potrebbe mettere in grave difficoltà il presidente Obama, già sotto accusa da parte dei media liberal per le attività di monitoraggio svolte nei confronti dei cittadini americani sempre da parte della Nsa, per aver fatto spiare i giornalisti dell'Associated Press alla ricerca delle loro fonti interne all'amministrazione e per aver lasciato che il fisco si accanisse con particolare zelo nei confronti dei gruppi politici conservatori.

Tornano così ad accendersi le critiche nei confronti del carattere autoritario del presidente e ci si interroga nuovamente sulla qualità della sua leadership, o perlomeno sui suoi risultati, soprattutto in campo internazionale. Come se non bastasse l'aver rinfocolato la storica diffidenza del Dragone cinese nei confronti dell'Aquila americana, proprio negli stessi giorni due eventi legati al Medio Oriente hanno ricordato come anche in questo teatro ancora una volta al centro delle tensioni internazionali la politica di Washington non abbia portato a casa grandi risultati.
Dopo molte esitazioni, infatti, la Casa Bianca ha fatto sapere che "la linea rossa tracciata dal presidente" relativa all'impiego di armi chimiche da parte del regime di Assad era stata oltrepassata, e per conseguenza gli Stati Uniti si apprestano a seguire Francia e Gran Bretagna nella fornitura di armi ai ribelli e sarebbero orientati al varo di una "no fly zone" sul modello libico. Si tratta di una decisione che appare tardiva (da oltre due mesi Parigi e Londra avevano denunciato l'accaduto e chiesto a Washington di pronunciarsi), intempestiva (oggi Assad è più forte di due mesi orsono, dopo che con l'aiuto di Hezbollah ha riconquistato terreno) e presa più per reagire alle critiche interne (a partire da quelle di Bill Clinton) che per un profondo convincimento.

Insomma, esattamente come in Libia, l'America appare seguire i suoi alleati europei, piuttosto che dettare la linea, come ci si aspetterebbe dalla superpotenza che pretende ancora di essere - con maggiore o minore successo - la garante della stabilità mediorientale. I dubbi circa la "qualità" delle forze dell'opposizione siriana restano infatti tutti e la decisione annunciata da Washington rischia semplicemente di allontanare ulteriormente la sempre più ipotetica conferenza di Ginevra, forse ultima spiaggia per una soluzione negoziata della guerra civile siriana.

Ieri, nel frattempo, si è votato per le presidenziali iraniane. Qualcuno ricorderà che proprio nei confronti dell'Iran, Obama lanciò, con scarsi risultati - e in questo caso non certo per colpa sua - la «politica della mano tesa», quasi a rappresentare visivamente il cambio di marcia rispetto alla muscolare amministrazione di George W. Bush. Fino ad ora, proprio Obama si è opposto alla partecipazione iraniana alla conferenza ginevrina, sulla scorta del palese sostegno che Teheran assicura a Damasco e agli Hezbollah libanesi, ma sottovalutando il ruolo che l'Iran potrebbe svolgere per contribuire a cercare la difficile via d'uscita al macello siriano. Improbabile che il nuovo presidente iraniano, chiunque esso sarà, possa interpretare diversamente da un gesto di sfida la decisione americana di allinearsi a Francia e Inghilterra. Era proprio necessario comunicare una simile, importante decisione, tanto intempestivamente?
Il quadro che ne esce è quello di un leader debole, confuso, a corto di vision: l'esatto opposto di quanto aveva promesso nel 2008.

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