
I mercati e gli investitori hanno reagito pesantemente al controverso blitz del governo polacco con cui è stato ridotto pesantemente il ruolo che i fondi privati hanno svolto finora nel sistema pensionistico del Paese sulla Vistola, obbligandoli a trasferire forzatamente le partecipazioni in bond sovrani del valore di 37 miliardi di dollari nelle mani del Tesoro di Varsavia.
Una clamorosa decisione che però non è un inedito. La "nazionalizzazione" strisciante del sistema previdenziale privato, o il suo parziale esproprio è un film già visto in Argentina nel 2008, sotto la regìa del presidente Cristina Kirchner, e nell'Ungheria del premier Viktor Orbán, dove 24 mesi fa Budapest ha deciso di inglobare i portafogli dei fondi pensione privati nelle casse erariali.
Ovviamente la Borsa di Varsavia ha reagito negativamente alla decisione, lasciando ieri sul terreno il 5,1% mentre i rendimenti dei bond polacchi a cinque anni sono balzati al 4,21%, tasso più alto negli ultimi 17 mesi.
Il fatto eclatante è che i fondi pensione non saranno minimamente risarciti in quanto il governo Tusk, considerato erroneamente finora un esecutivo "business friendly", ritiene che i bond siano stati acquistati con i contributi dei dipendenti che altrimenti sarebbero andati al governo, cioè le obbligazioni detenute dai piani pensionistici privati sarebbero considerate come asset già proprietà dello Stato in gestione ai privati.
Quello di Varsavia era (finora) un sistema previdenziale misto con un ente pubblico, lo Zus, e un settore privato.
La Polonia ha introdotto i fondi pensione privati nel 1999 per fronteggiare i costi previdenziali in presenza di un aumento dell'età media della sua popolazione. Da allora i dipendenti sono stati obbligati a investire una parte delle loro retribuzioni in pensioni private, trasformando i fondi nei maggiori investitori polacchi, con partecipazioni in alcune delle aziende leader.
L'obiettivo del governo Tusk, un liberista, è apparentemente nobile: la riduzione del debito pubblico polacco dell'8% dal 52,7% del Pil registrato nel 2012 (la Commissione europea stima però un debito più alto, si veda il grafico a fianco). Ma il modo in cui lo ha ottenuto è molto preoccupante.
È un duro colpo alla previdenza complementare in Polonia, dove fino ad oggi il lavoratore destinava risorse pari al 2,92% della retribuzione. Il sistema pensionistico privato polacco "pesa" per il 20% del Pil, ma il suo patrimonio è costituito per il 51,5% da bond pubblici, mentre per la restante metà è investito in azioni quotate in maggioranza alla Borsa di Varsavia. La misura del premier Donald Tusk e del suo ministro delle Finanze, Jacek Rostowski quindi, dimezzerà il peso del settore privato. Una decisione che ha spaventato gli investitori, tra i quali vanno registrate le dure prese di posizione rilasciate da grandi operatori stranieri come Allianz, Aviva, Axa, Generali e Ing.
Non solo. L'associazione dei fondi pensione polacchi ha giudicato incostituzionale l'iniziativa, in quanto la sostanziale annessione di beni non prevede nessuna forma di compensazione da parte dello Stato.
Non a caso la Borsa di Varsavia ha reagito pesantemente perché mancheranno, in futuro, fondi per alimentare gli investimenti azionari.
Il premier Donald Tusk ha chiarito che, d'ora in avanti, i dipendenti non saranno più obbligati a versare una quota dei loro contributi ai fondi pensione privati. Quindi tutti i loro contributi saranno destinati all'ente previdenziale statale, salvo che non sia espressamente dichiarato l'opposto dallo stesso dipendente. Insomma, un brutto colpo alla previdenza integrativa che dopo appena 14 anni di vita perde d'un tratto la gestione di 37 miliardi di bond statali e non ha più il flusso garantito di una parte di contribuzione.
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