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Questo articolo è stato pubblicato il 11 novembre 2013 alle ore 09:43.

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Per condannare il calunniatore è necessario prima provare l'innocenza della persona che da questo è stata infamata: il risultato è che quasi sempre chi ha mentito si salva con la prescrizione. La Cassazione con la sentenza 44261, depositata il 30 ottobre, ha respinto il ricorso di un padre ingiustamente accusato di violenza sessuale dalla figlia, strumentalizzata a scopo vendicativo dalla ex moglie.
La sua ex insieme al convivente avevano teso una vera e propria trappola giuridica al ricorrente, denunciandolo per un'aggressione a sfondo sessuale nei confronti della ragazza che, benché minorenne all'epoca dei fatti, era stata indotta ad avallare la tesi dei due complici, desiderosi di far pagare all'uomo i precedenti rapporti burrascosi.
Per uscire pulito dall'accusa il padre aveva impiegato otto anni, dopo aver subìto anche la custodia cautelare.
Solo dopo la sua assoluzione definitiva il Pm aveva esercitato l'azione penale contro i calunniatori, per un reato ormai non più perseguibile perché estinto per prescrizione.
In Cassazione l'uomo è arrivato per chiedere giustizia affermando il diritto a far rientrare il suo caso tra quelli previsti dell'articolo 159 del Codice penale, che elenca le ipotesi in cui si può fermare l'orologio della prescrizione.
La Cassazione è costretta a respingere una richiesta che non regge a livello giuridico, pur dichiarandosi consapevole del problema al punto da invocare l'intervento del legislatore.
La Suprema corte esclude che nella causa di sospensione «deferimento della questione ad altro giudizio» indicata dall'articolo 159, comma 1, possa rientrare anche la necessità di risolvere il dubbio sull'innocenza o no della parte in causa. La norma non può riguardare «le ipotesi atipiche di deferimento delle questioni penali di mancato impedito esercizio del l'azione penale per ragioni di opportunità». La disposizione – spiega la Corte – fa riferimento esclusivamente alle sospensioni previste dal legislatore.
E la Cassazione per qualche verso se ne rammarica: «il collegio decidente – si legge nella sentenza – non disconosce che il caso in esame mostri il possibile verificarsi di concrete incongruenze in punto di efficacia di perseguibilità degli autori di un reato di calunnia».
Non nega la Cassazione l'alta percentuale di prescrizioni, senz'altro favorite dalla riduzione dei termini di prescrizione del reato di calunnia passati da 15 anni a sette anni e mezzo. Per i giudici il legislatore è l'unico che potrebbe intervenire con gli opportuni correttivi.
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