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Questo articolo è stato pubblicato il 14 febbraio 2014 alle ore 13:21.

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Antonio Conte (Reuters)Antonio Conte (Reuters)

Domenica prossima, in occasione della gara interna con il Chievo, Antonio Conte taglierà il traguardo delle cento presenze (non panchine, per via della lunga squalifica del 2012) in Serie A al timone della Juventus. Ne siamo certi: non festeggerà, né prima né dopo la partita. Perché il tecnico pugliese, maestro nell'arte della pungolatura a freddo e pure a caldo dei giocatori, non è abituato a celebrare ricorrenze che poco incidono nella sua personalissima storia e in quella del club bianconero.

Conte è un leone da spazi aperti, sceglie lui i tempi e i modi dell'intervento. E poi, tutto è ancora in gioco, tanto è ancora da fare: per intendersi, guai a parlargli del terzo scudetto. Conte predica bene e razzola ancora meglio. Finché il tricolore non è questione risolta, a Vinovo si lavorerà senza prendere fiato. È il suo credo: per molti, la sua forza.

La rivoluzione. Accolto dagli applausi infiniti della sua gente, perché il popolo bianconero non ha certo dimenticato le imprese raggiunte dal Conte capitano di una squadra che raccoglieva trionfi in giro per il mondo, il tecnico leccese ha preso possesso dello spogliatoio della Juventus nella tarda primavera del 2011. La Signora era reduce dal terremoto di Calciopoli e faticava a ritrovare l'entusiasmo dei giorni di gloria. Due volte settima nelle due stagioni precedenti, con un carico di mugugni che spesso sfociava in cori dei tifosi fuori e dentro il nuovissimo Stadium, andava ricostruito un gruppo che sudava rassegnazione e malinconia da ogni poro. Poco o nulla da salvare. Conte riceve dal neo-presidente Andrea Agnelli il passepartout per aprire ogni porta e ricomincia il canto. "Antonio, hai la nostra fiducia, tu indicaci la strada, noi la seguiremo", la sintesi del pensiero che produce a stretto giro di posta effetti meravigliosi.

Buona la prima. Nella stagione dell'esordio alla guida della Juventus, Conte non sbaglia un colpo. Inizia bene (4-1 al Parma) e finisce benissimo (3-1 all'Atalanta). Il Milan inciampa nel derby e lascia strada alla truppa bianconera. Che saluta tutti e si illumina d'immenso dopo anni di tormenti e di lacrime. Ventitré vittorie e 15 pareggi. Conte non perde mai e incassa la standing ovation del popolo zebrato. La Juve è tornata grande. La Juve è tornata Juve. Tre mesi e si ricomincia. Cambia tutto per non cambiare niente. Il Napoli di Mazzarri corre a più non posso ma la fuoriserie juventina va ancora più forte. Alla giornata numero otto, l'allungo. Caceres apre le danze, Pogba - il ragazzo diventato campione sotto la direzione dell'ex centrocampista diventato condottiero - le chiude. Due a zero al Napoli allo Stadium. Conte siede in tribuna: poteva essere un limite, si trasforma in una sfida. Vinta, anzi, stravinta qualche mese più tardi. Juve ancora campione d'Italia a più 9 dagli avversari in casacca celeste.

Tevez e Llorente, l'attacco parla spagnolo. Mentre le avversarie vendono e comprano senza stravolgere in modo sostanziale la loro forza d'urto, la Juve porta a casa a prezzo di saldo (9 milioni di euro per l'argentino, zero per l'ex ariete dell'Atletico Bilbao) i due attaccanti che Conte non aveva ancora avuto la fortuna di allenare. Due attaccanti di razza, belli da vedere ma soprattutto decisivi sotto porta. Perché va bene agevolare le mirabilia dei centrocampisti dal piede felpato e dalla mira infallibile, ma poter contare sulle intuizioni di due bomber di razza è un'altra cosa. Al Napoli in versione Benitez si aggiunge la Roma straripante di Garcia, eppure la musica non cambia. La Juve guida, le altre inseguono. Nell'attesa di trovare la chiave per scardinare il forziere bianconero e prendere il malloppo che da due anni due è custodito dai gendarmi di Conte.

Fabio Capello ha dichiarato alla Gazzetta dello Sport che la Serie A «è poco competitiva e allenante». Tradotto: la Juve vince facile in Italia per mancanza di validi antagoniste. In Europa, invece, beh, soffia un vento diverso. In Spagna, Germania e in Inghilterra il talento è una piacevolissima abitudine, da noi, verità incontestabile, un po' meno. Da qui nascerebbero le contraddizioni di una squadra inaffondabile in campionato e timida al limite dell'imbarazzante fuori dei confini nazionali. Conte sa qual è la ricetta per invertire la tendenza: trattenere i big (Pogba, Vidal e Marchisio) e comprare un paio di fenomeni nei reparti chiave. Se Agnelli sottoscrivesse l'impegno, ecco che si aprirebbero scenari da favola per il primo responsabile del nuovo corso bianconero. Il rinnovo è dietro l'angolo. Una stretta di mano e si progetta il futuro. Lo vuole Conte, lo vogliono i tifosi che con lui hanno ricominciato a sognare.

@dario_pelizzari

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