Economia

Quell'intreccio di società estere

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Industria

Quell'intreccio di società estere

VENEZIA. Transitavano anche attraverso società fittizie canadesi e austriache e finivano quindi in conti in Svizzera o a San Marino, dove la disponibilità liquida era immediata. Con il riciclaggio e l'esterovestizione sono stati accumulati in soli 6 anni, dal 2005 al 2011, 40 milioni. Ma il meccanismo andava avanti da molto tempo, solo che i magistrati di Venezia non sono potuti andare ancora più indietro perché i reati di corruzione e concussione sarebbero caduti in prescrizione.

La percentuale del 50%, la metà di ogni fattura, ha assicurato flussi di denaro in prima battuta ai responsabili delle aziende che facevano parte del Consorzio o vi prestavano servizio, e che gonfiavano appositamente le richieste simulando anche consulenze o prestazioni inesistenti. Il meccanismo emerge chiaramente dall'interrogatorio tra pm e il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati.
«Il Consorzio – spiega il presidente – faceva una fattura, o meglio, il Coveco (azienda che lavorava per il Consorzio, ndr) faceva una fattura dalla San Martino (azienda di fornitori, ndr) di 200; il Coveco faceva la fattura a Venezia Nuova di 200. A questo punto, dopo un mese, dieci giorni, a seconda delle cose, Savioli (consigliere del Consorzio, ndr) prendeva la sua macchinetta e andava a prendere 100mila dalla San Martino».

Le aziende che avrebbero usato questo sistema, nel file dei procuratori, sono diverse: la Mantovani, la Coveco, Pietro Cidonio spa, Codemar, Nuova Codemar, Falconi, Bosca. Ma ciò che avanzava veniva girato anche ai politici considerati più influenti, per mantenere buoni rapporti, non necessariamente per intascare favori nell'immediato.

La triangolazione all'estero
I procuratori veneziani Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini hanno ricostruito i passaggi del denaro e il meccanismo per creare fondi neri. Fondamentale per il flusso di denaro è stato l'acquisto del "sasso". Il Cvn decideva di acquisire materiale da costruzione dalla Croazia, dalla Kamen Pazin, la quale però formalmente vendeva i suoi prodotti alla canadese Quarrytrade Limited. Quest'ultima chiedeva alla Cvn un prezzo doppio rispetto al primo fornitore, garantendo servizi non meglio definiti, come il trasporto del sasso.
In realtà la società canadese non esisteva: c'era solo un ufficio con un prestanome (Cristiano Cortella e Andrea Agostinone). Ma intanto raccoglieva soldi, che per metà venivano utilizzati per pagare l'azienda croata. L'altra metà invece finiva in conti in Svizzera. Oppure, in alternativa, presso la Bmc Broker di San Marino. La variante utilizzata dalle cooperative è l'utilizzo della società austriaca Infi Trading Technical&financial consulting, con sede a Vienna (amministrata da Luigi Borgo). A lei si è appoggiata" anche la Mantovani.

Il ruolo dei politici
Il soldi intascati non necessariamente corrispondono al reato di corruzione, come nel caso del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, che non ha fatto favori in cambio di denaro, non avendo competenza sul Mose (a lui viene infatti contestato il solo finanziamento illecito). L'elargizione di denaro corrispondeva per il Cvn ad una prassi di "pubbliche relazioni", di "buoni rapporti". Tanto di soldi ce n'erano per tutti.

Altra cosa è la corruzione vera e propria, contestata invece all'ex presidente del Veneto Giancarlo Galan, che nel ruolo di governatore avrebbe influenzato dal 2004 al 2011 le autorizzazioni regionali di Valutazione di impatto ambientale. In questo caso lo scambio è, per gli inquirenti, chiaro.

Infine l'ultimo passaggio: la vigilanza. Il meccanismo di controllo sui grandi flussi di denaro ingiustificati salta perché la mano corruttiva della Cvn è arrivata anche alla Corte dei conti (è sotto inchiesta il giudice contabile Vittorio Giuseppone), alla Guardia di finanza (con il generale Emilio Spaziante, in custodia cautelare) e ai magistrati delle acque (sotto inchiesta Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta).

La figura di Altero Matteoli
Ritorna il nome dell'ex ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli. Citato nell'ordinanza del gip di Venezia, non viene toccato direttamente dalle indagini sul Mose, mentre invece risulta indagato in un affare di bonifiche a porto Marghera. Nelle carte della procura veneziana viene ricordata invece "l'esplicita influenza di Mazzacurati sulla nomina di tutti i presidenti del Magistrato delle acque di Venezia, specificando che Erasmo Cinque, socio e amministratore di fatto della Socostramo, società romana, aveva presentato Mazzacurati all'allora ministro Matteoli", e che lo stesso imprenditore puntava ad avere rapporti diretti con Matteoli, senza riuscirci.

Per questo Mazzacurati «non riuscì ad influire sulla nomina del nuovo presidente del Mav, D'Alessio, a lui sgradita», mentre invece «per le precedenti nomine era stato determinante». I pm citano Matteoli per sottolineare il contesto di sovrapposizione tra affari e politica.

AGGIORNAMENTO DEL 10 APRILE 2017
La Procura di Padova ha disposto con decreto del 21 aprile 2015 il dissequestro dei beni di proprietà di Andrea Agostinone. Inoltre, il procedimento penale nei confronti dello stesso Andrea Agostinone si è poi concluso con sentenza di patteggiamento pronunciata dal GIP di Padova all'udienza del 16 settembre 2015.

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