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Questo articolo è stato pubblicato il 24 luglio 2014 alle ore 06:37.

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Walter
Riolfi Lamentano gli operatori che la guerra d'Israele e le guerre in Medioriente e i tragici eventi d'Ucraina pesano sui mercati e spingono gli investitori a rifugiarsi nei tranquilli Treasury americani. Anche il dollaro si starebbe rafforzando per questi motivi, come quasi sempre accade quando aumentano le tensioni geopolitiche. Ci si potrebbe credere, se non fosse che i prezzi del petrolio (Wti e Brent), ossia della commodity più sensibile alle tensioni politiche e ai destabilizzanti eventi bellici in quell'area, sono stabili o persino in calo da qualche seduta. E se non fosse che Wall Street, proprio in coincidenza con gli aumentati rischi geopolitici, è risalita in quattro sedute a un nuovo massimo storico.
In realtà il processo di leggero rafforzamento del dollaro, specie sull'euro, e di sensibile calo nei rendimenti del T-bond decennale Usa è un fenomeno iniziato da quasi un mese: in ogni caso prima della montante violenza in Israele e Ucraina. Ed è un fatto in apparenza piuttosto strano: perché, se la causa che sta rafforzando la valuta Usa (un punto e mezzo sull'euro dal 30 giugno) è il differenziale tra tassi d'interesse – destinati a rimanere a lungo a zero in Eurozona, per via della cronica debolezza economica, e crescere invece negli Stati Uniti – non si capisce come mai i rendimenti dei Treasury continuino invece a calare (20 centesimi dal 3 luglio).
Vi devono essere altre ragioni che spiegano questi comportamenti. Fatto salvo che qualche investitore stia davvero comprando titoli americani per «cercare rifugio» e concesso che qualche altro acquisti dollari ragionando sui tassi d'interesse, esistono operatori che si muovono con differenti ipotesi. In primo luogo perché la ritrovata forza del dollaro è in realtà la debolezza dell'euro, proprio a causa delle conseguenze economiche che derivano dalle sanzioni contro la Russia. E poi perché rimane forte la convinzione che la banca centrale americana non alzerà i tassi per altri 18 mesi, sebbene l'economia cresca in maniera robusta, cali la disoccupazione e aumenti l'inflazione.
Anzi, si può notare come la parte rialzista degli investitori (su bond e azioni) cerchi di minimizzare i progressi dell'economia americana e sminuire i rischi d'inflazione. Questa fede nella Fed è tutt'altro che azzardata, visto che è stata la stessa Janet Jellen ad averla rafforzata in più occasioni, al punto che quanti avevano scommesso seguendo la logica macroeconomica si sono trovati spiazzati. Lo dimostrano le posizioni ribassiste su Treasury e sull'euro (e rialziste sul dollaro), pubblicate ogni settimana dal Cftc: da due mesi regolarmente vanificate, al punto da costringere chi le aveva aperte a ricoprirsi, con conseguenti ulteriori rialzi dell'euro (come nella seconda metà di giugno) e dei titoli di Stato Usa.
Prima o poi, la logica macroeconomica dovrà aver pur ragione, come si aspettano da mesi gli economisti di BofA e, più recentemente, quelli di Ubs e Citi: e sarebbe razionale vedere il cambio euro-dollaro poco sopra 1,3 e il rendimento del decennale oltre il 3%. Sarebbe logico, se la Fed non stesse tuttora condizionando pesantemente i mercati.
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