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Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2014 alle ore 12:13.
L'ultima modifica è del 26 luglio 2014 alle ore 14:58.

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Fuga da Tripoli, piombata nel caos con gli scontri tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata: gli americani evacuano l'ambasciata via terra perché l'aereoporto, chiuso per la battaglia tra miliziani, è chiuso. Una decisione forse inevitabile, presa dopo che una pioggia di missili Grad era piovuta intorno al compound Usa che si trova da tempo su una linea di fuoco incrociato.

Finisce così per il momento l'avventura americana in Libia, cominciata con il bombardamento di Gheddafi nel 2011 fortemente voluto da francesi e britannici e che ha toccato uno dei momenti più tragici e controversi nell'attacco al consolato americano di Bengasi con l'uccisione dell'ambasciatore Chris Stevens. Ma questa decisione segnala, oltre che il caos libico, anche un altro fallimento della politica americana e occidentale sulla Sponda Sud: la caduta del dittatore non ha significato la transizione verso la democrazia o il pluralismo ma il dilagare della violenza e dell'anarchia con una frammentazione tra clan e tribù che ha spaccato il Paese dividendo la Tripolitania dalla Cirenaica, con l'ascesa di potentati locali e di città-stato come Misurata e Zintan in lotta ferocemente tra loro. Con il risultato non soltanto che l'aereoporto di Tripoli è chiuso ormai da quasi due settimane, mentre mancano benzina ed elettricità, ma che la Libia, uno dei nostri maggiori fornitori, non esporta quasi più gas e petrolio.

La Libia è uno stato semifallito e si aggiunge al corteo delle nazioni in via di disgregazione del mondo arabo, dalla Siria all'Iraq. Evaporata la missione delle Nazioni Unite, incapace di assicurare il controllo dei confini di terra senza un adeguato supporto militare, l'ex colonia italiana si è trasformata in un territorio brado dove chiunque può tentare un colpo di mano con l'appoggio esterno degli stati vicini o delle milizie coinvolte negli scontri. L'Unione europea ha dato prova di essere incapace e di non avere un piano per la stabilizzazione del Paese, anche la recente risposta negativa alle richieste italiane di un'azione comune e coordinata per mettere sotto controllo le frontiere di un mare dove galleggiano migliaia di profughi in mano ai trafficanti di essere umani fornisce la misura della desolante inazione di Bruxelles. Eppure soltanto tre anni fa Sarkozy e Cameron sfilavano per Tripoli e Bengasi affermando trionfalmente che la "missione era compiuta". Ora le ambasciate occidentali stanno per chiudere e la Libia va alla deriva.

Rimane al suo posto l'ambasciatore italiano Giuseppe Buccino Grimaldi al quale la collega americana Deborah Jones ha comunicato la decisione di Washington adottata dopo una serie di consultazioni tra i diplomatici occidentali e della Nato mentre non accenna a fermarsi la battaglia intorno all'aereoporto tra le brigate di Zintan e Misurata. Considerati come il braccio armato del movimento liberale, dalla caduta del rais, gli ex ribelli di Zintan controllano lo scalo di Tripoli così come diversi siti militari e civili del Sud della capitale. Sono accusati dai loro rivali di contare fra le loro fila ex combattenti e ex ufficiali dell'esercito del passato regime che hanno partecipato alla repressione delle rivolte del 2011. Secondo alcuni analisti libici non si tratterebbe di un semplice conflitto tra "rivoluzionari" e uomini "dell'ancien regime" ma di un confronto per il controllo dell'influenza tra correnti politiche dopo l'annuncio dei risultati delle legislative del 25 giugno scorso. Ma la direzione degli eventi è assolutamente imprevedibile e soprattutto fuori da ogni controllo delle potenze che hanno contribuito ad abbattere Gheddafi.

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