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Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2014 alle ore 17:14.

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(Corbis)(Corbis)

È un Mezzogiorno in caduta libera, a rischio «desertificazione industriale e umana», quello raccontato dal Rapporto Svimez 2014, anticipato oggi alla Camera. Una terra da cui si continua a fuggire, dove non si fanno figli e in cui, soprattutto, si diventa sempre più poveri. Un pezzo d'Italia alla deriva, dove la crisi e le manovre hanno colpito più duramente che altrove: nel 2013 il divario di Pil pro capite con il Nord è tornato ai livelli di dieci anni fa; dal 2008 i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13% e gli investimenti industriali del 53%; i posti di lavoro sono scesi a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni.

Un Paese sempre più diviso e disuguale
«Il lascito della peggiore crisi economica del dopoguerra è un Paese ancor più diviso del passato e sempre più diseguale», ha affermato Riccardo Padovani, direttore Svimez . I numeri gli danno ragione: nel 2013 il Pil del Mezzogiorno è crollato del 3,5% contro l'1,4% del Centro-Nord. Dal 2008 il Sud ha perso -13,3%, il Centro-Nord il 7 per cento. Il Pil pro capite nel 2013 è sceso al 56,6% del valore del resto d'Italia, ai livelli di dieci anni prima. Negli anni della crisi le difficoltà più profonde si sono registrate in Molise e in Basilicata, che mostrano cali cumulati superiori al 16%, seguite da Puglia (-14,3%), Sicilia (-14,6%) e Calabria (-13,3%). Il tempo scava divari già antichi: nel 2013 un valdostano ha prodotto oltre 18mila euro in più di un calabrese.

Consumi e investimenti in picchiata
I consumi delle famiglie meridionali sono scesi ancora del 2,4% nel 2013, a fronte del 2% di quelle settentrionali. Il dato cumulato 2008-2013 fa paura: -12,7%, più del doppio del calo registrato nel resto del Paese (-5,7%). Il calo della spesa nel quinquennio ha riguardato soprattutto scarpe e abbigliamento (-23,7%, contro il -13,8% del Centro-Nord), ma anche i servizi per la cura della persona e l'istruzione (-16,2%, il tripli del Centro-Nord) - un taglio definito «preoccupante» e i consumi alimentari (-14,6% versus -10,7%). Non va meglio sul fronte investimenti, che al Sud nel 2013 sono crollati del 5,2% e negli anni della crisi del 33 per cento. «Epocale» la caduta di quelli dell'industria in senso stretto: -53,4% in cinque anni, più del doppio del calo pur rilevante del Centro-Nord. Tonfo anche per gli investimenti in agricoltura: sono calati del 44,6%, quasi tre volte più del resto del Paese.

Opere pubbliche al palo
Sempre in flessione la spesa pubblica per investimenti: nel 2012 quella aggiuntiva per il Sud è scesa al 67,3% del totale nazionale, lontana da quell'80% fissato per il riparto delle risorse aggiuntive tra aree depresse del Centro-Nord e del Mezzogiorno. A preoccupare sono in particolare i tagli agli investimenti in infrastrutture: oggi al Sud si spende un quinto di quanto si faceva negli anni Settanta. Nel resto d'Italia, invece, i livelli di spesa sono stabili.

Il deserto dell'industria
La crisi del manufatturiero si è fatta sentire molto più al Sud che al Centro-Nord: dal 2008 nel Mezzogiorno il settore ha perso il 27% della produzione e ha tagliato del 53% gli investimenti. Nel 2013 la quota del valore aggiunto manufatturiero sul Pil è stata pari al 9,3% contro il 18,6% del Centro-Nord e il 20% auspicato dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Gli addetti impiegati nell'industria al Sud nel 2013 sono scesi dai 43,6 per mille abitanti del 2008 ai 37,4 del 2013.

Sempre meno lavoro, sempre più povertà
Nel quinquennio della crisi l'occupazione al Sud è crollata del 9%, al Centro-Nord del 2,4 per cento. Paradossi nostrani: il Mezzogiorno conta il 26% del totale degli occupati ma il 60% delle perdite determinate dalla recessione. Dal 2008 ben 583mila persone hanno perso il lavoro (su 985mila totali). Soltanto nel 2013 sono andati in fumo 282mila posti di lavoro, soprattutto tra gli under 35. Per la prima volta il numero di occupati nel Meridione è sceso a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni. «Il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dei dati», nota Svimez. Rincara la dose il direttore Padovani: «Si sta ridisegnando la geografia del lavoro, che rischia di escludere strutturalmente il Mezzogiorno", e con esso soprattutto i giovani e le donne». Una spirale di impoverimento economico e umano che allarma.

Previsioni nere: la chance dei fondi strutturali non va sprecata
Nel 2014 il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,6%: la ripresa certo non sarà merito del Mezzogiorno (-0,8%) ma del Centro-Nord (+1,1%). Le stime Svimez sono negative anche per i consumi, che nel Mezzogiorno resteranno in calo, e per gli investimenti. Non solo: è prevista un'ulteriore perdita di posti di lavoro (-1,2%), che porterebbe a una cifra complessiva di quasi 800mila i posti persi dal 2007. Unica nota positiva: le esportazioni, che tengono anche al Sud (+1,4%). Come se non bastasse, le manovre che si sono susseguite dal 2010 a oggi faranno sentire i loro effetti soprattutto nel Meridione: il peso sul Pil nel 2015 sarà del 9,5% al Sud contro il 6% al Centro-Nord. Il motivo? I tagli alla spesa nel Mezzogiorno sono stati doppi. Se il credit crunch ha pesato sul Pil più al Centro-Nord (ovviamente per il maggior sviluppo del comparto industriale), la via indicata da Svimez per risalire la china è quella dei fondi strutturali e per la coesione. Un pacchetto da 13,6 miliardi nel 2o14 e di 17,4 per il 2015 che potrebbero cambiare segno al Pil meridionale già da quest'anno.

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