Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 09 agosto 2014 alle ore 08:12.

My24


MILANO
Più di venti materie che abbandonano il terreno scivoloso delle «competenze concorrenti» fra Stato e Regioni e tornano nella responsabilità esclusiva dello Stato, per provare a superare la griglia di veti incrociati e di variabili territoriali che in questi anni hanno bloccato molti settori e intasato di ricorsi la Corte costituzionale.
Messa in ombra nel dibattito politico dalla querelle su Senato delle Regioni, indennità e dissidenze varie all'interno dei partiti, la riforma del Titolo V contenuta nel disegno di legge costituzionale approvato ieri in prima lettura al Senato ha almeno lo stesso valore economico del ridisegno delle istituzioni.
Anzi, sul piano dei conti il capitolo più importante del progetto costituzionale è rappresentato proprio dalla redistribuzione delle competenze fra Stato e Regioni. A suggerirlo sono i costi del "federalismo frettoloso" approvato nel 2001, che in questi anni ha moltiplicato le spese (+57% dal 2002 al 2013) e le entrate fiscali (+81,4% nello stesso periodo) senza però attenuare il peso del bilancio statale. Nel tentativo di migliorare le performance dei conti pubblici territoriali, la riforma mette in Costituzione i «costi standard», parametri di riferimento per fare in modo che a ogni territorio siano garantite solo le risorse necessarie a svolgere le funzioni fondamentali al "giusto prezzo", e scaricare sugli amministratori locali la responsabilità di chiedere tasse in aggiunta per finanziare le spese in più. L'idea era già contenuta nella legge delega sul federalismo fiscale del 2009, ma è stata travolta dalla crisi e dalle tante resistenze incontrate sulla strada della trasparenza.
Se i costi standard, anche se "costituzionalizzati", restano allo stadio di promessa, la centralizzazione di molte competenze rappresenta una delle pre-condizioni indispensabili per far ripartire la nostra economia in affanno.
A tornare al centro, prima di tutto, è un gruppo di materie la cui attribuzione alla «competenza concorrente» con le Regioni era apparsa irrazionale fin dal 2001. Tra queste ci sono senza dubbio il «commercio con l'estero», le «infrastrutture strategiche», le «grandi reti di trasporto», i porti e gli aeroporti oppure l'energia, tutti ambiti che hanno naturalmente bisogno di una regia forte a livello nazionale. Per un inciampo in commissione, che aveva diviso in modo confuso fra Stato e Regioni le competenze ambientali, questa evoluzione ha rischiato di deragliare proprio su una materia strategica, perché l'ambiente ovviamente si incrocia con le decisioni in materia di energia, trasporti e infrastrutture in genere. Un emendamento firmato dalla relatrice Anna Finocchiaro (Pd) e votato dall'Aula di Palazzo Madama ha però rimediato al problema.
Tutta la riforma, però, si ferma ai confini delle Regioni a Statuto speciale. Le norme transitorie del Ddl prevedono infatti che le nuove regole «non si applicano alle regioni a Statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano sino all'adeguamento dei rispettivi statuti»: una clausola che può lasciare per sempre le cose come stanno.
gianni.trovati@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi