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Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2014 alle ore 06:36.

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In Spagna anche i consumi delle famiglie hanno cominciato a dare un contributo significativo alla ripresa. E il mercato di lavoro è ripartito. Il Portogallo è aggrappato all'export, in attesa della domanda interna. I due Paesi iberici - sprofondati assieme nella più grave crisi della loro storia democratica - sono cresciuti dello 0,6% nel secondo trimestre.
Assieme alla Grecia - che vede la fine della recessione - sono la periferia del Sud che si prendono la rivincita sull'Europa del Nord dopo aver rischiato il default e aver accettato con i prestiti internazionali anche le intromissioni della troika Ue-Bce-Fmi in casa propria. Su base annuale il Pil della Grecia è sceso dello 0,2% mentre su base congiunturale, secondo le stime di Barclays, il dato «corrisponde a una crescita dell'1,1% probabilmente dovuto alla domanda interna» che porterebbe già quest'anno l'economia di Atene fuori da una recessione durata sei anni.
Il Portogallo, tra aprile e giugno, è andato oltre le aspettative. La sua economia è cresciuta dello 0,6% dopo essersi contratta dello 0,6% nel trimestre precedente. Mentre su base annua il Pil è aumentato dello 0,8%, poco meno dell'1,3% fatto registrare tra gennaio e marzo. Uscita all'inizio di maggio dal programma triennale di salvataggio internazionale, Lisbona potrebbe chiudere il 2014 - sono stime della Commissione europea - con una crescita del Pil superiore all'1,2% per arrivare all'1,5% nel 2015. Il Portogallo è forse il Paese che ha assecondato con maggiore applicazione - superando anche le turbolenze politiche interne - le indicazioni di Bruxelles. Il governo del premier conservatore Pedro Passos Coelho, con pesanti misure di austerity ha dimezzato il deficit pubblico dal 9,8% al 4,9% in tre anni, arrivando nel 2013 al surplus corrente, il primo degli ultimi vent'anni. E allo stesso tempo, ha realizzato alcune riforme tra le quali la più importante ha portato, sull'esempio della Spagna, una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro.
Per l'economia di Lisbona le tensioni nei prossimi mesi possono venire dal crack del Banco Espirito Santo, nonostante le rassicurazioni della Banca centrale, dello stesso governo e anche di Standard&Poor's che due giorni fa ha escluso «un impatto immediato sul rating sovrano» derivante dalle difficoltà del sistema bancario.
La Spagna nel secondo trimestre è stata l'unica tra le grandi economie dell'Eurozona a crescere. La ripresa si è consolidata con il Pil in aumento dello 0,6% sul trimestre precedente. Dopo il +0,4% del primo trimestre, il dato registrato tra aprile e giugno porta «la proiezione di crescita del Pil per l'intero 2014 all'1,5% e del 2% nel 2015», come ha affermato il ministro dell'Economia, Luis de Guindos. La fase di espansione è proseguita grazie alla spinta della domanda interna, a sua volta favorita dal miglioramento delle aspettative della famiglie, mentre il contributo delle esportazioni al Pil è stato più che annullato dal forte incremento delle importazioni. Gli effetti della ripresa si vedono anche nei dati sull'occupazione: nell'ultimo anno sono stati creati oltre 190mila nuovi posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione resta vicino al 25%: il fondo però sembra essere stato toccato alla fine del 2012, i disoccupati sono ancora 5,6 milioni, tantissimi ma mai così pochi dalla fine del 2011.
Per il governo di Mariano Rajoy i pericoli possono venire dalla deflazione - i prezzi al consumo in Spagna sono scesi più del previsto in luglio con un -0,4% su base annua - e dai conti pubblici. Nonostante i tagli alla spesa e le manovre del governo conservatore il deficit spagnolo supera ancora il 6% del Pil. Il debito pubblico, che nel 2007 valeva poco più del 36% del Pil, ha raggiunto i mille miliardi di euro, pari al 99,4% del Pil. E nel 2015 supererà la soglia simbolica del 100% del Pil.
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