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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2014 alle ore 06:55.
L'ultima modifica è del 25 settembre 2014 alle ore 07:33.

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Forse alla fine si risolverà tutto in una composta liturgia senza sorprese: tensioni politiche sotto controllo, armi "nucleari" accuratamente riposte negli arsenali.
A tre giorni dalle audizioni parlamentari dei 27 commissari della squadra guidata da Jean-Claude Juncker serpeggiano però molti dubbi. C'è chi teme che la partita finisca male, con lo scontro frontale tra i gruppi politici, morti e feriti sul campo, duello tra le maggiori istituzioni europee. Ufficialmente nessuno a Bruxelles si prepara a suonare i tamburi di guerra ma non pochi paventano che il gioco della pace programmata possa sfuggire di mano.
Sarebbe un disastro per l'Europa senza crescita economica, sull'orlo della deflazione, con oltre 25 milioni di disoccupati e dati congiunturali negativi a getto continuo: non risparmiano neanche la Germania, il suo teorico motore di sviluppo. Proprio ieri l'Ifo ha reso noto che in settembre la fiducia delle imprese tedesche è scesa per il quinto mese consecutivo, al livello più basso dall'aprile 2013: pessimo auspicio per la crescita nel terzo trimestre.

Tormentata da troppe divisioni interne, comprese le aperte resistenze tedesche alla politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi, l'unica che per ora tenta come può di frenarne recessione e deflazione, questa Europa priva da troppo tempo di una solida credibilità internazionale non può certo permettersi anche il lusso di una sconfessione della nuova Commissione, dopo quella tanto contestata di José Barroso. Non farebbe infatti altro che rafforzare i suoi detrattori e indebolire un progetto collettivo necessario ma asfissiato da una crisi di fiducia interna senza precedenti e per ora ben lungi dall'essere superata a breve.
C'è un accordo non scritto che è un vero e proprio patto di non aggressione tra popolari, socialisti e liberali, i tre gruppi che insieme sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo in aula, in breve di neutralizzare, se compatti, guerriglia e assalti delle truppe nazionaliste, estremiste ed euroscettiche. Ma il patto ci può provare ma non è in grado di bloccare teste calde, maniaci di protagonismo e fazioni tra le proprie file.
Sono queste possibili schegge impazzite, alla guida e dentro le commissioni parlamentari che dovranno esaminare i commissari, a destare apprensioni. Ma anche la durezza, l'atteggiamento non compromissorio con cui Juncker attende al varco parlamentare l'esame della sua equipe fa temere lo scoppio involontario di qualche scintilla vagante.

«Non c'è nessun piano B se boccerete qualche commissario, meno che mai un rimpasto preventivo. Mi presento a voi con in tasca la riforma della Commissione, un programma di lavoro e una squadra formata e pronta a passare l'esame, come da voi auspicato. Se volete attaccare, non posso impedirlo, io comunque non cambio nulla», ha chiarito a brutto muso l'altro ieri il suo presidente ai capigruppo parlamentari, ansiosi di disinnestare in anticipo, prima delle audizioni, i possibili incidenti in agguato.

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