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Questo articolo è stato pubblicato il 26 settembre 2014 alle ore 06:37.

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Walter
Riolfi È lapalissiano, dicono gli operatori, il motivo della irresistibile forza del dollaro e, in particolare, della (tardiva) debolezza dell'euro. Quello che doveva essere evidente fin dalla primavera è diventato impellente da luglio, quando il gregge degli investitori ha finalmente realizzato che le politiche monetarie d'Eurozona e Stati Uniti avrebbero preso strade divergenti: i tassi della Bce resteranno a zero per lungo, lungo tempo, mentre quelli della Fed vi resteranno solo per un «considerevole» periodo. Con la consueta foga di chi insegue il mercato, gli obiettivi del cambio euro dollaro sono stati di volta in volta ribassati: a 1,30, 1,28 (inesorabilmente forati), a 1,20, fino a pronosticare una azzardata parità fra 3 anni, come ha fatto Goldman Sachs.
A questo punto, ovvero con il cambio a 1,27, ci si interroga sulle conseguenze di un euro sceso in tre mesi del 7,2% e di un dollaro rivalutatosi quasi altrettanto sul paniere delle principali valute (anche lo yen, per la non convenzionale e forsennata politica della Boj, dovrebbe scendere ulteriormente, dopo aver perso la bellezza del 39% in due anni). La risposta che danno gli analisti è che non c'è nulla da temere per l'America e non c'è molto da gioire per l'Eurozona.
Secondo Morgan Stanley, uno stabile rialzo del dollaro pari al 10% limerebbe la crescita americana di appena lo 0,5%, mentre farebbe lievitare dello 0,4% quella della zona euro: la quale dovrebbe pertanto attestarsi all'1,7 nel 2016. Gli effetti sulle borse sarebbero ancor più limitati: limature dell'1% per gli utili a 2 anni dell'S&P500 e un incremento del 3-4% per quelli dello Stoxx. A conclusioni analoghe sono giunti anche gli analisti di Goldman Sachs: un aumento annuo del 3% del dollaro comprimerebbe il pil Usa dello 0,15% il prossimo anno e dello 0,1% nel 2016. Gli effetti sarebbero pressoché nulli sull'inflazione che si ridurrebbe di un centesimo il prossimo anno e di tre nel 2016. La banca americana nulla ci dice sull'inflazione in Eurozona ma, visto che il Vecchio continente è grande importatore di materie prime e petrolio, la crescita dei prezzi dovrebbe essere sensibile. La conclusione di Goldman è che l'apprezzamento della valuta renderebbe di fatto più espansiva la politica monetaria della Fed di 5 centesimi nel 2015 e di 15 nel 2016.
Il limite di queste analisi è d'essere state compilate secondo l'abusata massima della «storia ci insegna», a prescindere dalle condizioni e dalle variabili che nella presente situazione sono assai diverse dal passato: se non altro perché le banche centrali, in primis quella americana, hanno manipolato oltre misura i mercati. E probabilmente continueranno a farlo, poiché un tale e così rapido apprezzamento del dollaro non potrà essere facilmente accettato dalla Fed. Se ci fossero dubbi, bastano le parole proferite ieri da Charles Evans (Fed di Chicago) che ha esasperato il messaggio lanciato il giorno prima da William Dudley: prima di alzare i tassi, la banca centrale dovrà dar prova di «eccezionale pazienza». Significa forse che il «considerevole» tempo della Fed sarà ancor più lungo di quello della Bce?
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