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Questo articolo è stato pubblicato il 03 ottobre 2014 alle ore 06:37.

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Walter
Riolfi Hanno tirato in ballo l'epidemia di ebola, la crisi in Ucraina, il terrorismo dell'Isis, i disordini di Hong Kong per spiegare la strana debolezza di Wall Street e delle altre borse. Altri hanno argomentato che ottobre non è propriamente un bel mese per i mercati azionari e altri ancora hanno avvertito che l'S&P ha pericolosamente forato la media mobile a 100 giorni: cosa che l'indice ha fatto almeno 9 volte negli ultimi 12 mesi senza che nulla di grave fosse successo. Infine, un po' tutti hanno addotto l'inesistente ripresa economica in Eurozona e qualcuno, notando la flessione dell'indice manifatturiero, ha persino paventato l'inizio di una stagnazione negli Usa: quando i 56,6 punti dell'Ism si traducono in una frenata della crescita, compatibile con un pil al 4%, anziché al 4,6% come s'era visto nel secondo trimestre.
Quando qualcosa va storto a Wall Street, ossia quando la traiettoria dell'S&P500 dà segni di sbandamento, si cerca sempre una causa apparente, preferibilmente esogena. Eppure questa volta si coglie una diversa sensazione. Non propriamente pessimismo, quanto attesa per lo svolgersi degli eventi: quasi che la strategia del buy on the dip (compra nei ribassi), sempre vincente nelle 15 (piccole) flessioni dell'indice in 67 mesi di mercato Toro, avesse stavolta bisogno di verifica. In effetti qualcosa di diverso lo si percepisce: euro e dollaro da tre mesi hanno invertito tendenza, le materie prime hanno perso il 12% e nel frattempo l'indice delle small cap Usa è caduto dell'11%. Ma soprattutto s'è interrotta la felice spensierata fase di rialzo dei bond ad alto rendimento, con flessioni di oltre il 3% nell'ultimo mese, ovvero in un rialzo dello spread sui Treasury che si misura in più di 100 punti.
Se si pensa che sui bond societari a buon o cattivo rating, è piovuta una enorme quantità di denaro e che la convulsa corsa al rendimento degli investitori aveva stimolato anche le aziende più impresentabili a collocare sempre più carta sul mercato, ci si rende conto come questo ripensamento possa avere serie conseguenze anche per i mercati azionari. Nella fattispecie sembra essere la propensione al rischio ad essere messa in discussione e non per presunti pericoli geopolitici o per considerazioni macro economiche. Forse nemmeno per il paventato (a parole) cambiamento di rotta nella politica monetaria della Fed. Ma semplicemente per una questione di valutazioni che avevano raggiunto livelli troppo alti.
Se si ridimensiona la propensione al rischio, cala anche il premio che si è disposti a pagare per le varie attività economiche e la cosa ha già contagiato le azioni. Non a caso i ribassi subiti dalle borse sono proporzionali al loro rischio: dai massimi di settembre, l'S&P ha perso il 3,1%, lo Stoxx il 4,7%, Milano il 5,8% e i mercati emergenti il 6,5%. Se questo è lo scenario, non deve stupire il peggior risultato di Piazza Affari tra le Borse occidentali. Resta invece da vedere come si comporteranno i Btp (e i titoli periferici), ben sapendo che la loro fortuna è stata per lungo tempo comune a quelle dei bond ad alto rendimento.
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