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Questo articolo è stato pubblicato il 18 ottobre 2014 alle ore 08:11.
L'ultima modifica è del 18 ottobre 2014 alle ore 09:12.

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Mentre questa strana estate è finita senza mai essere davvero incominciata, arriva la notizia che la bolletta del gas degli italiani crescerà quest'anno di oltre il 5%. Effetti, fastidiosi, della crisi ucraina, è stato subito precisato, mentre da Belgrado Putin lascia intravedere la possibilità di sospendere o ridurre significativamente le forniture di gas ai Paesi europei, colpevoli di opporsi alla sua politica di aggressione verso la repubblica di Kiev.
L'utilizzo delle forniture energetiche come uno strumento di politica estera non rappresenta certo una novità e neppure un'esclusiva russa. Un paio di decenni fa, il politologo americano Stephen Krasner argomentava convincentemente come la capacità di impedire o rendere molto costoso per l'Unione Sovietica l'accesso a determinati beni e mercati fosse stata una delle ragioni del successo di Washington nella "lunga Guerra Fredda". Ed è possibile che Putin abbia in animo una qualche mossa a sorpresa, qualora l'escalation in Ucraina dovesse ravvivarsi o anche semplicemente se l'Occidente dovesse insistere con le sue dolorose sanzioni.
In molti obiettano che la posizione russa sarebbe insostenibile nel lungo periodo, vista la crisi che attanaglia la sua economia e la necessità di incamerare valuta pregiata con la quale rifornire il mercato interno pressoché di tutto. E ovviamente anche Putin lo sa bene. Ma sa altrettanto bene che se il tempo gioca a suo sfavore, la sua sola chance è cercare di "giocare" il tempo, di batterlo prima che esso possa manifestare tutta la sua potenza.
In fondo non c'è nulla di irrazionale nell'atteggiamento di Putin, che semplicemente non ha di mira l'astratto interesse nazionale russo ma il proprio interesse, e che al limite è disposto a cercare una composizione del primo all'interno della cornice del secondo, ma non il contrario. Semmai, quel che potrebbe colpire nell'atteggiamento del presidente russo sono il cinismo con cui è disposto a giocare la partita e la quantità di rischi che è pronto ad assumersi. Ma il primo e i secondi dipendono anche dal fatto di muoversi in un sistema privo di competitori interni. È questo piccolo "dettaglio" a rendere la determinazione dell'interesse nazionale delle democrazie meno totalmente asservito agli scopi di chi (temporaneamente) le comanda e maggiormente pluralista rispetto a quello dei sistemi autocratici o autoritari.
Proprio mentre Vladimir Putin gioca la sua partita europea, qualche migliaio di chilometri più a sud è in corso un'altra sfida: quella nei confronti dell'ISIS o dello Stato Islamico che dir si voglia.
Anche qui assistiamo a qualcosa che presenta diversi e compatibili livelli di analisi, tutti concordanti nell'invertire il classico rapporto tra politica ed economia che normalmente viene associato ai conflitti che hanno per epicentro il Golfo. Difficile non vedere come lo scopo di al Baghdadi sia sinceramente quello di realizzare un califfato islamico che rappresenterebbe, nella sua testa, la risposta sunnita alla repubblica islamica sciita dell'Iran. In tutto questo, il controllo delle risorse energetiche - gas, petrolio, bacini idroelettrici - è strumentale rispetto agli scopi politici.
A un livello superiore, l'intera crisi siriano-irachena e il sorgere stesso dell'ISIS possono essere inquadrati nell'aspirazione saudita di mantenere isolato e sotto scacco l'Iran, un'aspirazione che si è fatta più determinata per gli effetti delle primavere arabe. Ancora una volta, però, il gioco è sfuggito di mano agli apprendesti stregoni, con il risultato che ora i sauditi si trovano arruolati nella coalizione che combatte l'ISIS, il cui credo wahabita (lo stesso dei Saud) al Baghdadi rivendica con fervore.
Peccato che in quella coalizione militi, informalmente ma sostanzialmente, anche l'Iran, che proprio in virtù di questa sua partecipazione potrebbe trarre un vantaggio decisivo: ottenere un diverso atteggiamento occidentale sul dossier nucleare, magari raggiungendo una soluzione di compromesso in grado di riammetterlo sul mercato mondiale del gas. Per i sauditi questo rappresenterebbe un fallimento strategico clamoroso.
Ma a ben guardare c'è qualcun altro che potrebbe non essere così contento di vedere un Iran nuovamente in grado di estrarre e commercializzare convenientemente le sue risorse di gas. Si tratta proprio di Putin, che sull'uso politico del gas fa conto per vincere la sua gara contro il tempo: un tempo che si ridurrebbe parecchio se il gas iraniano tornasse massicciamente sulla scena.
Diventa così molto più chiaro perché la Russia si sia opposta con tanta veemenza ai bombardamenti occidentali in Siria, che oggettivamente aiutano anche il suo unico alleato regionale.
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