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Questo articolo è stato pubblicato il 10 novembre 2014 alle ore 07:02.
L'ultima modifica è del 10 novembre 2014 alle ore 18:55.

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Con la crisi economica e la disoccupazione ai massimi storici, può accadere che il lavoro occupi sempre più spazio, a discapito della vita privata. Il paradosso è solo apparente. «È proprio in tempi di attenzione estrema ai costi che le aziende fanno più fatica a investire in welfare e ad assumere il personale e dunque, chi ha la fortuna di avere un lavoro, si trova spesso a dover “fare per tre” e magari a dover rinunciare a una fetta di tempo privato», rileva la psicologa Rosa Riccio, dello Studio di Psicologia e Psicoterapia Corvetto di Milano, specializzato in questi temi. Lamentarsi vuol dire rischiare di sentirsi dire “beh, però tu almeno un lavoro ce l'hai”...

Tuttavia, «ciò che spinge le persone a fermarsi al lavoro oltre l'orario trascurando la propria vita privata non ha a che fare solo con il sovraccarico - osserva ancora la specialista -. Spesso, nelle aziende, fermarsi oltre l'orario standard rappresenta una regola non scritta il cui rispetto implica la possibilità di accedere alla categoria di quelli che possono crescere e di cui la società si può fidare».

Perché il rapporto tra vita privata e lavoro diventa «sbilanciato»
Ma la questione è decisamente più complessa e ha a che vedere con i propri bisogni e priorità, e dunque con il nostro modo di essere. «In molti casi le persone vivono con estremo disagio e senso di colpa il doversi “fermare in ufficio” fino a sera, eppure non riescono a dire no e a preservare il tempo necessario da dedicare ai propri affetti e alla propria vita personale».Perché accade questo? «Nel lasciare che il lavoro occupi uno spazio dilatato e nel non riuscire a ridimensionarlo - osserva Rosa Riccio - le persone rispondono inconsapevolmente a dei propri bisogni interni. Bisogni di approvazione da parte degli altri, bisogno di controllo sul proprio lavoro e sulla propria prestazione, paura di un possibile giudizio negativo da parte degli altri».

Straordinari a oltranza? C’è il rischio di diventare workaholic
Chi, pur soffrendo, non rinuncia a lavorare fino a tardi e a presenziare in ufficio anche quando non è così necessario, ha spesso «un bisogno spiccato dell'approvazione degli altri e ne temono il giudizio».

«Nei casi più estremi abbiamo a che fare con vere e proprie “dipendenze” dal lavoro» spiega la specialista.

Ma in genere si tratta di casi meno severi, in cui rientrano tutti coloro che, pur soffrendone, il più delle volte «non riescono a dire no e si fermano in ufficio». Una volta a casa, però, pagano il prezzo di questa scelta e, a volte, quasi coartati o in completa autonomia si rivolgono a un professionista che li possa aiutare.

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