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Commissioni, la partita delle presidenze

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Commissioni, la partita delle presidenze

  • –Roberto Turno

LA FRENATA

Il vicecapogruppo alla Camera Rosato: «Non è un tema politico che si pone e non ne abbiamo parlato nelle riunioni in cui ero presente»

Renziani doc e antirenziani superdoc. Renziani folgorati sulla via di Damasco e antirenziani scettici. Giovani turchi, ex (o meno) d’alemiani e veltroniani e bersaniani, franceschiniani, area Dem e area riformista, fassiniani (nel senso di Stefano) e bindiani, Pop-Dem e spazio democratico, ex lettiani e naturalmente renzisti spinti. Potrebbero saltare poltrone di vertice del Pd nelle 28 commissioni legislative di Camera e Senato quando a maggio si andrà alla verifica ed eventualmente al cambio delle presidenze di metà legislatura.

Il tam tam circola e la voglia viene ascritta a Matteo Renzi, che però tace. Un’ipotesi che ieri è stata smentita dal vice capogruppo alla Camera, Ettore Rosato: «Non è un tema politico che si pone e non ne abbiamo mai parlato nelle riunioni in cui ero presente». Se però l’ipotesi prendesse corpo, solo per il Pd potrebbero finire nel mirino almeno quattro presidenze (di “non amici”) delle 15 che ha in tutto tra Camera e Senato. Quelle meno renziane, è chiaro, ma col rischio di fare sconquassi interni e di auto-avverare l’accusa di «uomo solo al comando». Cosa che Renzi non desidera. Mentre non è da escludere che Fi possa reclamare le 5 presidenze perse dopo la scissione col Ncd, operazione complicata anche per il prevedibile mutuo soccorso Pd-Ncd. E chissà che non possa rischiare il fittiano Capezzone la Finanze della Camera.

Mentre prepara le prossime mosse (e promesse) del Governo nel cenacolo al Nazareno dei parlamentari disertato dalla sinistra Dem, Matteo Renzi ha ben chiaro che, tra le tante da scalare, c’è anche la montagna dei gruppi (e dei voti “in casa”) alla Camera e al Senato nati sotto il segno della segretaria Bersani. Dunque non esattamente dalla sua parte, sebbene sempre meno ostili. Ma le sfide che ha davanti esigono massima compattezza. Numeri certi-certi, tanto più dopo la perdita della ciambella del Patto del Nazareno con l’ex Cavaliere. E compattare significa anche conquistare – o quanto meno sottrarre – le chiavi di comando delle commissioni. Poltrone che contano, per il loro potere di indirizzo dei lavori in Parlamento. E dunque, sotto sotto, in casa Dem, area Renzi, si cominciano quanto meno a fare i conti: chi lasciare al suo posto, chi no, quali sostituti eventualmente trovare. Il risiko in ogni caso è iniziato. Più o meno in sordina.

La galassia Pd è del resto qualcosa che ormai neanche la Dc d’antan. E i giochi non saranno facili. Perché ci sono gli intoccabili, nel senso che sarebbe politicamente un grave errore farli de-cadere. E ci sono i meno “difesi”. Per dire: al Senato nel mirino potrebbe esserci Massimo Mucchetti (Industria), ma anche Vannino Chiti (passo politicamente scomodissimo) alle Politiche Ue. Alla Camera, tra gli avversari interni, piacerebbe molto a Renzi verificare la posizione di Francesco Boccia (Bilancio) o quella di Cesare Damiano (altro passo rischioso, anzi impossibile) alla Lavoro. Altri intoccabili non simpatizzanti sarebbero Epifani, Bindi, Finocchiaro (se però diventasse ministro...). Nella verifica si mormora come ipotesi di scuola anche di riflessioni sui capigruppo: non Luigi Zanda al Senato, ma Roberto Speranza alla Camera in questi momenti di freddo col premier, ma non “aggredibile” in modo indolore. Ma un risiko è sempre un risiko. Renzi tace e negherà. Ma la voce gira. Forse quel che gli serve, anche se non oserebbe mai tanto.

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