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Grandi opere, Incalza ai domiciliari

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Grandi opere, Incalza ai domiciliari

  • –Silvia Pieraccini

firenze

Dopo 18 giorni di carcere Ercole Incalza, 70 anni compiuti in agosto, fa ritorno nella sua casa romana. L’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture, a lungo dominus assoluto delle grandi opere - arrestato il 16 marzo a seguito dell’inchiesta della Procura di Firenze che ipotizza «uno scenario devastante di corruzione sistemica nella gestione dei grandi appalti» – è uscito dal carcere romano di Regina Coeli e continuerà a scontare la misura cautelare ai domiciliari.

La richiesta del suo avvocato, Titta Madia (la seconda presentata, perché la prima era stata respinta dieci giorni fa) è stata accolta ieri dal giudice per le indagini preliminari Angelo Pezzuti, anche se la Procura aveva dato parere negativo. Per il giudice il quadro indiziario esistente al momento dell’arresto non è cambiato, ma si sono attenuate le esigenze cautelari. «Il periodo di tempo trascorso dall’indagato in regime di custodia in carcere sembra aver esercitato, in un soggetto assolutamente nuovo all’esperienza carceraria e di età avanzata, un’adeguata efficacia deterrente verso il pericolo di recidiva», scrive il gip.

Nella propria abitazione, Incalza potrà comunicare solo con i familiari, mentre gli è vietato avere rapporti con altre persone anche per telefono, fax o computer. «Ora Incalza potrà cominciare a preparare la sua difesa con maggiore serenità», ha commentato l’avvocato Madia che, subito dopo l’interrogatorio di garanzia del suo assistito aveva detto: «Credo che dopo aver collezionato 14 assoluzioni, questa sarà la quindicesima».

Resta in carcere, a questo punto, solo Stefano Perotti, 56 anni, l’ingegnere romano considerato figura centrale dell’inchiesta, colui che ha fatto incetta di incarichi di direzione lavori nei cantieri delle grandi opere di mezza Italia (gestendo appalti per almeno 25 miliardi di euro) grazie all’aiuto – secondo i magistrati fiorentini - di Ercole Incalza e del collaboratore-tuttofare Sandro Pacella, ai quali Perotti avrebbe dispensato tangenti attraverso la società di ingegneria Green Field Systems (che «aveva il ruolo di collettore di denaro per pagare personaggi istituzionali»). La richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere presentata dall’avvocato di Perotti è stata respinta dal gip il 25 marzo.

Gli altri quattro arrestati dell’inchiesta Grandi opere sono tutti, fin dall’origine, ai domiciliari: il geometra Sandro Pacella, dirigente della società che fa capo al ministero delle Infrastrutture Ferrovie del Sud Est, con sede a Bari (dalla quale percepisce redditi per 155-175mila euro all’anno dal 2009 al 2013), e stretto collaboratore di Incalza, che avrebbe ricevuto da Green Field 450mila euro tra il 2001 e il 2008; il milanese Franco Cavallo che, per aver «sfruttato le sue relazioni col ministero delle Infrastrutture» riceveva dall’amico Perotti un compenso mensile di circa 7mila euro come «prezzo della mediazione illecita verso i pubblici ufficiali»; e poi Angelantonio Pica e Salvatore Adorisio, presidente e amministratore delegato della Green Field, da loro posseduta (70% il primo, 30% il secondo), arrestati due giorni fa nella seconda puntata di un’inchiesta che promette altre scintille.

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