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Questo articolo è stato pubblicato il 01 maggio 2015 alle ore 06:37.

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ROMA

Se si guarda il bicchiere mezzo pieno si può vedere una forte diminuzione del numero di inattivi (-140mila su marzo 2014), soprattutto donne, che si rimettono in cerca di un impiego (e statisticamente vengono annoverate come disoccupate). C’è poi un effetto ricomposizione dei rapporti di lavoro, verso un maggior utilizzo del contratto a tempo indeterminato (che cresce, e sale soprattutto la sua incidenza sul totale dei nuovi contratti).

Visto dal lato mezzo vuoto, invece, il mercato del lavoro si conferma in forte affanno. Anche a marzo continuano a scendere gli occupati (nei primi tre mesi dall’anno l’occupazione si è contratta di 0,2 punti in termini di variazione media rispetto al quarto trimestre 2014). Numeri che sembrano così smentire i dati forniti solo qualche giorno fa dal ministero del Lavoro che parlavano di 92mila contratti in più rispetto a marzo dello scorso anno. Nel confronto però bisogna considerare che quelli che arrivano dal ministero sono numeri basati sulle comunicazioni amministrative delle imprese pronte ad attivare un contratto a livello subordinato e non tengono conto del pubblico impiego, del lavoro interinale e di quello autonomo.

L’Istat procede invece con rilevazioni a campione su tutto lo stock di occupati e disoccupati, considerando anche gli autonomi e i precari.

E quindi come leggere questi dati? Come la conferma che si sta avendo un aumento dei lavoratori contrattualizzati (anche attraverso una diminuzione del lavoro irregolare), che tuttavia non sta determinando un aumento assoluto nel numero degli occupati. Insomma, il perimetro dell’occupazione si riduce, ma il rapporto di lavoro diventa un po’ più stabile perché si utilizzano i forti incentivi economici previsti dalla legge di Stabilità, a cui si aggiungono, dal 7 marzo, le nuove regole sulle tutele crescenti. Ecco perché, in questa fase di transizione e di incertezza, è opportuno rassicurare gli operatori «prorogando la decontribuzione nei prossimi anni, anche magari con interventi mirati al Sud e alle donne», sottolinea l’economista, Marco Leonardi.

Il punto è che il mercato del lavoro si adegua sempre con ritardo all’andamento dell’attività economica. «Se questa prende a crescere, sono le ore di lavoro di coloro che sono già in azienda a incrementarsi per prime attraverso una riduzione di Cig e part-time - spiega il capo economista di Nomisma, Sergio De Nardis -. E quindi l’aumento del numero di occupati si verifica, con ritardo, solo se la produzione si riprende in misura da giustificare l’ampliamento del personale rispetto alla disponibilità attualmente esistente».

In questa fase, e riprendendo i dati Istat di marzo, sono essenzialmente le donne e i giovani a preoccupare maggiormente. Sui 138mila disoccupati in più sull’anno, ben 107mila sono donne (a fronte di 31mila uomini). Non sono meglio i numeri sugli under25. Il tasso di occupazione è fermo al 14,5%; e in termini tendenziali, rispetto a marzo 2014, si osserva una contrazione del numero di giovani occupati del 5,5% (pari a -50mila unità). In calo anche il numero di disoccupati (-6,9%, pari a -49mila under25) a fronte però di una crescita del numero di inattivi dell’1,5% (+66mila ragazzi “scoraggiati”). Anche con riferimento alla media degli ultimi tre mesi per i ragazzi 15-24enni si evidenzia il calo dell’occupazione e della disoccupazione e la crescita dell’inattività. Su questi numeri pesa per intero l’insuccesso che finora sta accompagnando l’attuazione di «Garanzia giovani», il programma Ue antidisoccupazione giovanile. Il piano è stato finanziato con 1,5 miliardi. Ma a oggi i contratti di lavoro attivati sono davvero minimi.

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