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Questo articolo è stato pubblicato il 21 maggio 2015 alle ore 06:38.

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Abusi e degenerazioni sulla pubblicazione di intercettazioni non sono mancati, ma non sarebbe «saggio» introdurre per legge divieti e sanzioni penali per il giornalista o pene pecuniarie per l’editore, ancorando la pubblicabilità alla sola rilevanza penale della notizia. La strada più corretta da seguire - e semmai da rafforzare - è quella di un maggior rigore sul piano della deontologia professionale e quindi della responsabilità.

È questa, in estrema sintesi, la posizione espressa ieri dalla maggioranza dei direttori e dei giornalisti auditi dalla commissione Giustizia della Camera sul ddl delega proposto dal Governo per circoscrivere l’ambito di pubblicazione delle intercettazioni telefoniche in funzione di una maggiore tutela della privacy di indagati e, soprattutto, di terzi estranei. «Non bisogna andare con l’accetta ma, semmai, con il bisturi» ha auspicato Anna Del Freo, vicepresidente della Fnsi, accogliendo l’invito del deputato Walter Verini ad elaborare suggerimenti più precisi, ma dopo aver messo in guardia dall’introdurre sanzioni come il carcere o pecuniarie perché, «considerato il difficile contesto economico, ci metterebbero nelle mani degli editori, che non hanno più neanche liquidità per farvi fronte e, quindi, inciderebbero sulla nostra indipendenza e darebbero il colpo di grazia ad alcune testate».

Giorgio Mulè, direttore di Panorama, è stato l’unico a parlare di «imbarbarimento in atto», chiedendo divieti e sanzioni, penali e disciplinari. I suoi colleghi dell’Espresso, Luigi Vicinanza, e di Libero, Maurizio Belpietro, hanno rivendicato la pubblicabilità di qualsiasi atto non più segreto, purché di rilevanza sociale. Più sfumata la posizione di Mario Calabresi, direttore della Stampa, da cui è arrivato un forte richiamo alla deontologia del giornalista, oltre alla necessità di una migliore selezione delle notizie penalmente rilevanti da parte del magistrato, fermo restando, però, il diritto di pubblicare notizie prive di rilevanza penale, se di interesse pubblico. Dunque, «niente divieti» ha detto, dopo aver raccontato della «tonnellata» di intercettazioni piovute in redazione sull’inchiesta su Angelo Balducci, ma della scelta di pubblicare solo quelle attinenti l’indagine, pur sapendo che il giorno dopo sarebbe stato «sbeffeggiato» dai colleghi di altri giornali (come avvenne). «Non può essere il mercato a fare la selezione tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, privilegiando la quantità invece della qualità dell’informazione» ha convenuto Donatella Stasio del Sole 24 Ore, secondo cui per evitare degenerazioni occorre maggiore reattività sul piano deontologico, non divieti e sanzioni penali. Tanto più che il legislatore non può sostituirsi né alla valutazione del giornalista sulla rilevanza pubblica di una notizia né a quella del magistrato sulla rilevanza penale. D’accordo Giovanni Bianconi del Corriere della sera, che ha messo in guardia dalla proposta-Pignatone (formulata davanti alla commissione, la settimana scorsa) di pubblicare solo quanto risulta dal provvedimento, e non anche gli allegati. «Attenzione - ha detto - perché così si dà più potere ai magistrati, che possono inserire o meno gli atti in funzione della pubblicità che ad essi vogliono dare». «La proposta Pignatone non sarebbe una scelta saggia» ha insistito Marco Lillo (Fatto quotidiano), difendendo il sistema vigente, mentre Stefano Cappellini (Messaggero) ha sostenuto che i magistrati introducono «scientificamente» materiale irrilevante pur di «dare notorietà all’indagine» e ha chiesto di «stoppare alla fonte questo meccanismo». Claudio Tito (Repubblica) ha criticato un eventuale intervento legislativo perché il divieto di pubblicazione «interpella un principio democratico: il rischio che alcune notizie siano conosciute solo da una cerchia ristretta di persone». La responsabilità degli abusi è deontologica, ha aggiunto. Il presidente dell’Ordine Enzo Iacopino, dopo aver criticato «una politica che ritrova la sua unità solo sui giornalisti», ha detto: «Noi abbiamo la possibilità di sanzionare chi si trasforma in buca delle lettere, pubblicando atti privi di interesse pubblico».

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