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Questo articolo è stato pubblicato il 11 luglio 2015 alle ore 08:12.

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ROMA

«Pur se è giusto sottolineare la differenza tra i due periodi e le due amministrazioni, la situazione è rimasta estremamente grave». Giuseppe Pignatone consegna al comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza convocato dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli, il 7 luglio scorso, una relazione durissima. Anche se il parere del procuratore capo, alla fine, salva Marino: «Non sussistono, alla data odierna, le condizioni per lo scioglimento del consiglio comunale di Roma Capitale» scrive il magistrato.

Pignatone sostiene che «l’associazione mafiosa di Carminati e Buzzi, pur estremanente pericolosa» a suo avviso «non può avere la pervasività in tutti gli ambienti sociali ed economici e la durata indefinita nel tempo delle relazioni con il mondo esterno all’associazione stessa che sono proprie delle mafie “tradizionali” e che giustificano lo scioglimento». Inoltre «dopo le elezioni del 2013» il procuratore ritiene che «la capacità di condizionamento dell’amministrazione capitolina, prevalentemente mediante accordi di tipo corruttivo/collusivo, è rimasta limitata ad alcuni settori economico/amministrativi che, pur rilevanti, rappresentano comunque una parte non maggioritaria di Roma capitale».

Se le conclusioni di Pignatone sono in linea con quelle poi rappresentate da Gabrielli al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, il quadro generale dell’attuale consiliatura del Campidoglio, raccontato dal numero uno di piazzale Clodio, resta impressionante. Certo «con l’amministrazione successiva» a quella guidata da Gianni Alemanno i «contatti di Carminati ai livelli più alti non ci sono più». Ma, aggiunge il procuratore, «non c’è dubbio che rimanga la presenza estremamente pesante di Buzzi e del mondo delle cooperative che ruota attorno a lui, che continuano ad avere un trattamento privilegiato da parte dell’amministrazione e della burocrazia comunale, con molti esponenti delle quali Buzzi intesse rapporti di tipo corruttivo; né va mai dimenticato - si legge nel documento - che il Buzzi agisce sempre d’intesa con Carminati, cui va anche parte dei guadagni delle cooperative».

Non basta: durante la giunta Marino «emblematiche, e gravi, sono la nomina di Quarzo Giovanni, indagato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., a Presidente della Commissione Consigliare per la Trasparenza, con l’intervento diretto e personale di Carminati; la permanenza di Giovanni Fiscon quale direttore generale di Ama; la rimozione della d.ssa Acerbi dal Dipartimento delle Politiche sociali».

Responsabile numero uno dell’inchiesta Mafia Capitale, Pignatone ricorda che «per tutta la durata delle indagini (che coprono l’attività di entrambe le amministrazioni capitoline) Carminati e Buzzi utilizzano un sistema estremanente raffinato di penetrazione nei vari apparati, in particolare nell’apparato comunale». Il magistrato rammenta che le ordinanze di misura cautelare hanno colpito «cinque componenti dell’Assemblea capitolina» attuale e anche «numerosi dirigenti e funzionari» del Comune e di Ama. Non solo: «Numerosissimi sono poi i contatti che non rivestono - allo stato - carattere illecito ma che dimostrano la capacità dell’associazione di incidere sulla vita e sul funzionamento dell’amministrazione capitolina piegandola alle sue esigenze, anche con una serie di atti e comportamenti illegittimi». Ma sciogliere il Campidoglio è troppo.

Ieri si è dimesso Mattia Stella, componente della segreteria di Marino «anche se non sono indagato» precisa. Secondo quanto scriveva a dicembre il gip Flavia Costantini, per Carminati e Buzzi «i rapporti con la nuova amministrazione comunale sono costituiti da una relazione con il capo della segreteria del sindaco, Mattia Stella, che si intrecciano con quelli con Coratti», il presidente Pd del consiglio comunale, indagato e dimissionario. Secondo la relazione di Gabrielli emerge una totale assenza di controlli al Campidoglio, in particolare sugli affidamenti di appalto senza gara, che «appaiono sufficienti a giustificare una proposta di rimozione di Iudicello dall’incarico di segretario e direttore generale di Roma Capitale, con conseguente avvio del procedimento disciplinare». Ma Iudicello, dimessosi, respinge ogni accusa e darà battaglia in tribunale. Mafia Capitale secondo il prefetto di Roma durante «la Giunta Alemanno» usava «come strumento principe l’intimidazione mafiosa» mentre durante l’amministrazione Marino «la disponibilità di amministratori e dipendenti pubblici viene acquisita attraverso la corruzione». E «la conduzione di Ama era subappaltata a Mafia Capitale».

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