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Questo articolo è stato pubblicato il 06 agosto 2015 alle ore 06:38.

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ROMA

L’intervento sul Campidoglio allo studio del ministero dell’Interno non giungerà al Consiglio dei ministri di oggi, come pure era in programma. Valutazioni di opportunità politica hanno indotto il governo a far slittare la decisione alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva. La questione è particolarmente delicata perchè coinvolge tutti i massimi livelli istituzionali. Ma uno schema di massima è stato già definito dal ministro dell’Interno.

Il ministro chiederà al prefetto di Roma, Franco Gabrielli, di definire un piano articolato di misure sull’amministrazione comunale. È uno schema calibrato, visto che Gabrielli gode della fiducia del ministro e del premier Matteo Renzi. L’obiettivo, scontato, è risanare i settori del Comune più compromessi e infiltrati con l’organizzazione mafiosa. Così come è emerso, con toni drammatici, dalla commissione d’accesso agli atti guidata dal prefetto Marilisa Magno e, con colori più sfumati, dal documento del prefetto di Roma.

Il ruolo ipotizzato del prefetto di Roma è di intervento sulle linee di amministrazione del Campidoglio: devono essere ripristinate tutte le condizioni di legalità, di buona amministrazione, di trasparenza e di efficienza. Se fossero confermate o comunque rimanessero le irregolarità riscontrate dalla commissione di accesso agli atti, guidata dal prefetto Marilisa Magno, sul piano delle norme potrebbero scattare, in teoria, i presupposti per applicare l’articolo 141 del Testo unico enti locali, comma 1, lettera a). Fuori dal gergo giuridico, significa lo scioglimento del Campidoglio per gravi e persistenti violazioni di legge. Un’ipotesi (si veda Il Sole-24 Ore del 13 giugno, ndr) rimasta fin dall’inizio aleggiante sulla vicenda visto che quella più tragica, lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, non ha mai avuto prospettive concrete.

Al Viminale, tuttavia, occorreva innanzitutto uscire dalla trappola dell’impossibilità, dettata da fin troppi motivi, di sciogliere il Campidoglio per infiltrazione mafiosa, benché le carte parlassero chiaro. Scrive la commissione d’accesso: «I gravi fenomeni di condizionamento della vita politico-istituzionale dell’ente (il Comune, ndr) hanno indebolito i presidi di legalità di Roma».

C’è un altro passaggio grave della relazione Magno: quando osserva che «la mancanza di percezione del “contagio mafioso”» secondo i commissari «non ha risparmiato neanche l’azione del sindaco Ignazio Marino, che non sempre è riuscito a opporsi al condizionamento del sodalizio». Sotto accusa nel documento prefettizio finisce anche l’audizione del sindaco di Roma davanti alla commissione Antimafia il 17 dicembre scorso: in particolare il passaggio su Daniele Ozzimo, ex assessore poi dimessosi e coinvolto nell’inchiesta della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone. «Lo stesso sindaco, nel precisare che Ozzimo “è indagato per corruzione, non per reati di associazione mafiosa” ha aggiunto di averlo conosciuto “come una persona che ha agito a difesa della legalità”. (...) Il Sindaco pare qui dimenticare, molto probabilmente, che il reato di corruzione (già di per sé incompatibile con lo status di “persona che ha agito a difesa della legalità”) per cui è indagato Ozzimo, era stato commesso al fine di favorire Buzzi». E ancora: «Ignazio Marino dimostra di aver commesso l’errore, più volte denunciato come grave dagli organi chiamati alla repressione della criminalità mafiosa, di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: un veicolo del contagio mafioso». Nonostante tutto questo quadro c’è comunque una giustificazione tecnica, e di conseguenza politica, alla scelta di non sciogliere Roma per infiltrazione mafiosa. Perché il Campidoglio è una macchina amministrativa gigantesca: 30 tra macroaree e dipartimenti più 15 municipi. Se dopo un lavoro di sei mesi in 900 pagine sono stati scandagliati e descritti tre dipartimenti del Campidoglio, figuriamoci cosa sarebbe stato necessario, in tempi e risorse, per una ricognizione completa ed esauriente. Considerato, dunque, che i rilievi riguardano uno spaccato limitato del Comune, la «misura dissolutoria», come si dice in gergo, dello scioglimento per infiltrazione mafiosa, fa un passo indietro davanti al diritto costituzionale di elettorato. Con il mantenimento, per ora, degli organi consiliari democraticamente eletti.

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