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Questo articolo è stato pubblicato il 07 agosto 2015 alle ore 06:38.

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ROMA

I venticinque senatori del Pd che più di un mese fa hanno firmato il documento di dissenso sulla riforma costituzionale chiedendo il ritorno al Senato elettivo diventano ventotto. E trasformano i loro intendimenti in dieci emendamenti, di cui tre per introdurre l’elezione diretta del futuro Senato delle autonomie con elezioni da tenere in concomitanza al rinnovo dei Consigli regionali. Tre emendamenti per cambiare l’articolo 2 sulla composizione e le modalità di elezione del nuovo Senato, dunque, in aperta sfida al governo e alla presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro che quell’articolo ritengono intoccabile in quanto già approvato in copia pressoché conforme sia dal Senato che dalla Camera. Finocchiaro, nella sua relazione conclusiva prima della pausa estiva dei lavori parlamentari, ha fatto capire chiaramente che vuole bocciare gli emendamenti sull’articolo 2. Sfidando a sua volta il presidente del Senato Pietro Grasso che aveva fatto intendere il contrario. Un conflitto interno al Pd, violentissimo e che al momento appare difficilmente sanabile, che rischia di diventare anche conflitto istituzionale tra la seconda carica dello Stato e la prima commissione di Palazzo Madama.

L’intenzione della minoranza bersaniana è quella di andare in ogni caso fino in fondo, ripresentando in Aula gli emendamenti eventualmente bocciati dalla presidente della prima commissione. Ma Matteo Renzi, senza aspettare la direzione del partito di oggi, fa subito sapere che non intende scendere a patti con il gruppo di dissidenti sul Senato elettivo. «Gli emendamenti della minoranza del Pd? Non cambiano niente. Si voteranno e vedremo chi ha i numeri», dice durante una conferenza stampa convocata a Palazzo Chigi per illustrare lo sblocco da parte del Cipe di 12 miliardi per la banda ultralarga (si veda pagina 3). Da entrambe le parti si evoca dunque la conta in Aula alla ripresa dei lavori parlamentari, tra settembre e ottobre. «Vedremo chi ha i numeri», risponde il premier alla sfida dei 28, sottintendendo «vedremo chi avrà il coraggio di far cadere il governo e di precipitare il Paese alle urne». Perché una cosa è chiara: se non dovesse passare la riforma costituzionale che abolisce il Senato elettivo e riforma il Titolo V della Costituzione il premier ne trarrebbe le conseguenze salendo le scale del Quirinale.

Ma Renzi si mostra tranquillo sui numeri, confidando sia sul fatto che al momento del voto prevarrà in tutti i gruppi la volontà di non andare alle elezioni anticipate sia sul nuovo atteggiamento di Silvio Berlusconi dopo la scissione dei verdiniani favorevoli alle riforme in Senato e dopo l’accordo con il Pd sulla presidenza della Rai. Atteggiamento che potrebbe preludere ad un clamoroso ritorno al tavolo delle riforme dopo la traumatica rottura del patto del Nazareno all’indomani dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. «Siamo disponibili a dialogare con tutti ma non ci facciamo fermare da nessuno, non permettiamo a nessuno di mettere veti», è il messaggio di Renzi si suoi. «C’è una parte del mio partito che insiste per una discussione interna, incentrata su di noi. Io preferisco parlare di banda larga, di dissesto idrogeologico, di scuola. Se guardo quello che sta avvenendo vedo un Paese che sta cambiando, a volte senza il voto di tutto il Pd, anzi spesso senza il voto di tutto il Pd. Ma tuttavia certi provvedimenti sono stati adottati. Non possiamo permettere a chicchessia di mettere veti, è in ballo una idea di modernizzazione del Paese».

Senato elettivo ma non solo. Gli emendamenti della minoranza bersaniana puntano anche a ridurre contemporaneamente il numero degli eletti della Camera, ad affidare al nuovo Senato poteri di verifica, controllo e inchiesta, a riportare la lettura bicamerale su alcune materie come leggi elettorali nazionali, temi di natura etica, amnistia e indulto, diritti delle minoranze, dichiarazioni di guerra e libertà religiose... Insomma una riscrittura a largo raggio del Ddl Boschi. A tentare di riportare l’attenzione dei suoi rissosi compagni di partito sulle motivazioni che hanno fatto nascere i governi di questa legislatura - prima Letta e poi Renzi - è sceso ieri in campo con parole autorevoli anche il presidente emerito Giorgio Napolitano con una lettera al Corriere della Sera. «Non si può tornare indietro», è il senso delle parole di Napolitano, che invita a non toccare l’impianto del Ddl Boschi e parla esplicitamente di una tentazione strisciante di «disfare la tela». Parole che Renzi fa sue e giudica «significative», che danno appunto il senso di come è nata questa legislatura e di come andrà avanti. Nonostante la minoranza del Pd. Il meno che si possa dire è che la direzione di oggi, convocata formalmente per discutere di Sud, rischia di essere (per usare un eufemismo) piuttosto infuocata.

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