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Questo articolo è stato pubblicato il 20 agosto 2015 alle ore 08:53.
L'ultima modifica è del 20 agosto 2015 alle ore 09:15.

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ROMA

Sarà un maxi-processo quello che si aprirà a novembre (il 5, un giovedì) nell’aula bunker di Rebibbia davanti ai giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma: alla sbarra compariranno tutti i protagonisti dell’inchiesta nota come Mafia Capitale, a partire da quelli che sono considerati i capi dell’organizzazione del “Mondo di mezzo”, Massimo Carminati, già esponente dei Nar (gruppo terroristico di estrema destra) e affiliato alla Banda della Magliana, e Salvatore Buzzi, il “ras” delle cooperative romane (già condannato a 24 anni di galera nel giugno 1980 per omicidio e poi graziato nel ’94 dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro).

A sfilare davanti ai giudici ci saranno ci saranno i protagonisti di un sodalizio criminale nato per spartirsi gli appalti a Roma: in totale saranno 59. Ieri, infatti, il gip Flavia Costantini, che già il 30 maggio scorso aveva accolto la richiesta di giudizio immediato inoltrata dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e dall’aggiunto Michele Prestipino nei confronti di primi 34 indagati arrestati a dicembre 2014, ha firmato anche la seconda analoga richiesta depositata l’11 agosto in cui sollecita il processo nei confronti di tutti i soggetti che il 4 giugno scorso furono raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare nell’ambito del secondo atto dell’inchiesta.

I due processi verranno così unificati in un unico procedimento che per ragioni di sicurezza (gli imputati sono tutti in stato di custodia cautelare, tra carcere o domiciliari) si celebrerà nell’aula bunker. Se la prima richiesta di rito immediato (che consente di saltare la fase dell’udienza preliminare) riguardava principalmente soggetti ritenuti collusi con il sodalizio criminoso come gli imprenditori o i manager Fabrizio Franco Testa, Cristiano Guarnera, Agostino Gaglianone, gli ex dirigenti di Ama come Franco Panzironi e Giovanni Fiscon, e i pubblici ufficiali come Luca Odevaine (componente del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti asilo), il secondo provvedimento firmato ieri dal giudice, chiama in causa esponenti politici e amministratori locali a partire dall’ex capogruppo di Fi al consiglio regionale, Luca Gramazio, e l’ex presidente del Consiglio comunale di Roma, Mirko Coratti del Pd. Ma nell’elenco compiaono anche consiglieri comunali (Massimo Caprari e Giordano Tredicine), un ex assessore comunale (Daniele Ozzimo), un ex presidente di municipio (quello di Ostia, Andrea Tassone), oltre a Guido Magrini, direttore del Dipartimento delle Politiche sociali della Regione Lazio. Compariranno davanti ai giudici anche l’imprenditore Daniele Pulcini e quattro dirigenti della cooperativa “La Cascina”. Per gli imputati del maxiprocesso le accuse vanno, a vario titolo, dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, alla corruzione, turbativa d’asta, estorsione, riciclaggio e usura.

La seconda fase dell’indagine ha messo in luce in particolare il business agli immigrati e di tutto ciò che riguarda l’attività illecita legata all’accoglienza. In una conversazione intercettata, Buzzi, parlando con una sua collaboratrice le diceva: «Tu c’hai idea di quanto ce guadagnano sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».Gli accertamenti, così come scrive nell’ordinanza di arresto il gip, evidenziano come Buzzi sia «riferimento di una rete di cooperative sociali che si sono assicurate, nel tempo, mediante pratiche corruttive e rapporti collusivi, numerosi appalti e finanziamenti della Regione Lazio, del Comune di Roma e delle aziende municipalizzate». Un sistema illecito sintetizzato dallo stesso Buzzi in una intercettazione in cui afferma che «la mucca deve mangiare per essere munta».

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