
Virgil Abloh, mente e motore di Off-White c/o Virgil Abloh (il nome completo del marchio è questo) rappresenta in maniera lampante i molti difetti e le poche qualità della moda di oggi. È un comunicatore, in un sistema nel quale la comunicazione ha spodestato, forse per sempre, il contenuto, per non parlare del design. Infatti, Abloh, che ha una rigorosa formazione accademica in ingegneria e architettura, non erge barriere di sorta tra se stesso e i propri clienti - fan, in genere; adepti di una gang perché senza senso di appartenenza tribale oggi non c’è brandizzazione che tenga. È, a suo modo, un populista.
Dice di aver fatto solo una gran quantità di esperienze in più rispetto alla media. È sodale e compagno d’armi di Kanye West, ad esempio, tanto da essersi meritato il titolo di creative director nell’organigramma della popstar: lo consiglia su scenografie, mercanzia, copertine e via dicendo. È impegnato su mille fronti, costantemente in viaggio, praticamente imprendibile. Adesso ha il pallino di fare lo stilista di moda, e ha installato a Milano un design studio allo scopo. Il team esegue, mentre lui si mantiene peripatetico. Ad analizzarla in dettaglio, la meteorica ascesa di notorietà di Off-White ha del sorprendente.
Dal lancio nel 2013 a oggi è stata una escalation inarrestabile, coronata adesso dall’invito come ospite a Pitti Uomo 92. Chi scrive ha assistito a tutti gli show parigini del marchio, passati dall’essere sessioni per pochi professionisti a megaproduzioni con la rissa ai cancelli. Ci vuole abilità a trasformare capi generici come la maglietta con le scritte o i basici dello streetwear, dal perfecto di pelle nera alla felpa con il cappuccio, in apparenti vettori di significato culturale, eppure Virgil ci riesce, suscitando plauso tra i comuni mortali e l’intellighenzia fashion. Nel processo in corso di elevazione dello streetwear e di conseguente fusione con la moda alta - vedi il fenomeno Vetements, il defunto Hood by Air o County of Milan - Off-White è una delle punte, per qualità della realizzazione e compattezza della proposta. «Off-White è al momento la mia attività principale, che ho concepito come un progetto artistico» racconta Abloh per telefono non si sa bene da dove. Multitasker indefesso, suona un po’ distratto; la ricezione pessima non aiuta. «Nonostante io sia un architetto, preferisco i vestiti agli edifici: la moda mi consente di realizzare i miei ideali in maniera più rapida». Anche la notorietà è più rapida, e così la capacità di penetrazione mediatica.
Abloh, che, va riconosciuto, ha carisma e modi amichevoli, tira spesso in ballo, come nume tutelare, niente meno che Marcel Duchamp, il provocatore massimo dell’arte contemporanea, teorizzatore del ready made e dell’appropriazione come pratica artistica. In effetti il suo è un linguaggio fatto di appropriazioni non celate - da Martin Margiela ad Ann Demeulemeester al meglio della moda attuale - riconfigurate a colpi di grafiche dall’alto impatto. L’operazione è comprensibilmente attraente, se valutata con i parametri iper-visuali dell’oggi, considerando che il concetto stesso di originalità va radicalmente rivisto. Per lo show di Pitti, il più grande mai prodotto da Off-White, Abloh promette «una visione del tailoring completamente nuova». Potrebbe essere l’annuncio della svolta e il passaggio dalla comunicazione al design. Oppure l’ennesimo slogan orecchiabile.
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