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Dossier L’armonia del pioniere genderless

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Dossier | N. 25 articoliPitti Uomo 92, lo Speciale di Moda24

L’armonia del pioniere genderless

J.W. Anderson
J.W. Anderson

«Sto lavorando intorno a un’idea di normalità estrema. Così irreprensibile da risultare disturbante» dice Jonathan William Anderson, direttore creativo di J.W. Anderson, a proposito dello show fiorentino che domani, 14 giugno, lo vede special guest di Pitti Uomo 92. «Il tema della gita scolastica è l’altro fulcro della collezione» aggiunge. Di più non è dato sapere, ma si può star certi che l’azione prenderà vie impervie e subirà depistaggi immaginifici, perché Anderson predilige l’astrazione al riferimento letterale.

Decrittare le invenzioni di questo creatore/assemblatore richiede in effetti un certo sforzo; non necessariamente si arriva al punto, perché l’oscurità è uno dei motivi del suo successo. Come si dice: se non puoi convincerli, confondili. «J.W. Anderson è una versione estesa della mia personalità» racconta al telefono da Londra, definendosi “agitatore culturale”. Ha fondato il marchio nel 2008 e in meno di un decennio si è imposto come uno dei talenti che animano davvero il panorama internazionale della moda. Anderson è fautore di un approccio curatoriale al progetto: riesce a far convivere elementi disparati in una armonia aspra, convinto che la moda sia «azione culturale a largo spettro».

I panni del curatore in senso stretto li ha addirittura vestiti, di recente, curando la mostra Disobedient Bodies, elettrizzante florilegio di manufatti artistici e abiti, suoi e non, accomunati dalla rappresentazione non ortodossa del corpo: «Ho affrontato l’impresa come se stessi mettendo insieme una collezione - spiega -. Del resto, disegno una collezione come se stessi assemblando una mostra». Anderson propone abiti dalle linee dure e architettoniche, più simili a collage da contemplare che oggetti da indossare, sovvertendo nozioni condivise di maschile e femminile, bello e brutto, banale e inventivo. La sua estetica è antigraziosa, punitiva, naïf e piena di errori deliberati. Non a caso, a inizio carriera ha lavorato come visual merchandiser per Prada accanto a Manuela Pavesi.

Il gusto del contrasto e della decontestualizzazione derivano da quella esperienza, e Anderson non ne fa mistero. «La moda per me è parente stretta della psicologia: gli abiti ne sono lo strumento - spiega - perché sono accumuli e stratificazioni di significati». Parla per editti monosillabici, provocando con la sottigliezza perversa dei sediziosi dadaisti, matti scatenati dall’aplomb impassibile. Compassato e composto, ma radicale, passerà agli annali per aver sconquassato, a colpi di rasoio e non di trine, ma sempre senza remore, la raffigurazione vestimentaria della mascolinità. È stato tra i primi e inesorabili alfieri del genderless, convinto che ci siano «infiniti modi di contraddire e sfidare la figura del maschio». La sua chiave di lettura è inquietante ma ludica, frivola e sventata, politica come solo può essere ciò che è fortemente estetizzato.

Per questo la sua presenza a Pitti Uomo, tempio politeista di una mascolinità varia ed eventuale, ma comunque comprensibile, risulta particolarmente sobillante, un po’ come l’agente patogeno alieno che spezza catene di dna per far nascere nuove forme di vita. Il tutto, senza mai scendere a compromessi. Come ogni concettuale che si rispetti, Anderson è intransigente, e non lascia che nulla offuschi l’idea. Il suo è un esercizio di stile per palati forti e occhi disinibiti, che si muove a velocità fulminea, ma che, conclude «è pensato per divertire e dare gioia».

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