
Boom, Pitti blooms è il tema dell’allestimento, ideato dal lifestyler Sergio Colantuoni, dell’edizione numero 92 di Pitti Uomo, al via oggi in Fortezza da Basso: un inno all’energia vitale dei fiori, declinata in versione macroscopica e onirica. Petali giganti invaderanno ogni luogo, sbocciando in aiuole gonfiabili o infiorescenze digitali. La metafora è lapalissiana: Pitti come terreno fertile per il fiorire di nuove idee ed espressioni di creatività, caleidoscopio di una mascolinità in divenire, morbida. Ma c’è dell’altro. L’associazione tra moda e flora si può leggere da una angolazione filosofica, riflettendo sull’ineluttabile caducità di ogni cosa. I fiori appassiscono in fretta, non diversamente dalle voghe che tramontano fulminee, sostituite da altre, ad infinitum.
Il bello è che in questo ciclo non c’è nulla di mortifero, al contrario è vitale e medicamentoso. Per quanto tutto passi con fretta dannata, infatti, si può star certi che tutto ritornerà, in un succedersi inarrestabile di revival che altro non sono se non la promessa realizzata della rinascita, vestimentaria e indubbiamente superficiale, ma non di meno balsamica. In quest’ambito insieme incredibilmente frivolo e profondamente esistenziale si inserisce il progetto più ambizioso - per portata estetica e culturale - dell’attuale edizione di Pitti: l’apertura questa sera, negli spazi augusti della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, de Il Museo Effimero della Moda.
Il progetto, prodotto dalla Fondazione Pitti Immagine Discovery in collaborazione con Gallerie degli Uffizi e Palais Galliera, secondo episodio del programma triennale promosso da Centro di Firenze per la Moda Italiana e dalle stesse Gallerie degli Uffizi, è curato dall’immaginifico Olivier Saillard, tra i pochi autori che oggi riescono a coniugare rigore accademico - è il direttore del Galliera, il museo che ha ridato centralità culturale alla moda parigina - e gusto ludico, spettacolo e contenuto. Sue, oltre a mostre memorabili come Madame Grès, anche performance come Cloakroom e Models never talk, legate agli aspetti meno indagati della cultura della moda.
L’apertura di questo museo transitorio - accompagnato da un catalogo fotografato dall’artista Katerina Jebb - che solo fino al 22 ottobre stravolgerà gli ambienti severi della Galleria del Costume, portandovi teche con abiti preziosissimi, ma anche sedie, cornici e teli scoloriti, in una installazione che glorifica il gesto intrinsecamente poetico dell’abbandonare un vestito su un supporto, arriva con l’inevitabile portato di polemiche, cui ha dato voce, in un articolo pubblicato nelle scorse settimane, Maria Luisa Frisa, valida curatrice. Il nodo è delicato, e affonda in una tara atavica della nostra cultura: la scarsa attenzione per le arti minori e la conseguente, criminale mancanza di un vero museo italiano della moda, se si considera l’importanza non solo economica di questa disciplina nel Bel Paese. In questa cornice, affidare ad un curatore parigino la creazione di un museo italiano, per di più reso possibile grazie all’impegno straordinario del Ministero dello Sviluppo Economico e di Agenzia Ice, oltre alla disponibilità del ministero della Cultura, appare come un classico atto nostrano di esterofilia nata dalla difficoltà a far sistema. Per Frisa bisogna infatti creare una lingua italiana della musealità modaiola.
Le premesse sono adamantine, e condivisibili, ma rovinano di fronte alla magnifica levità - parigina, certo, ma global invece che local - del disegno di Saillard, il cui punto di forza sta proprio nella decisione di fermare l’occhio su frivolezza e caducità. «Il Museo Effimero è pensato per svanire - racconta il curatore, che incontriamo tra cassoni e scatole nei giorni dell’allestimento -. È un museo che immagino itinerante, idealmente destinato a rinascere in regioni e città diverse dello stivale». Difficile dire se a un italiano sarebbe venuta in mente una soluzione così puntuale e insieme così lieve per catturare una cultura, quella italiana, ancora e sempre di campanile, una frammentazione che ci portiamo dietro dall’età dei comuni e che è parte della nostra identità nazionale. Già questo rende Saillard perfetto per il ruolo. Il Museo Effimero è poi una magnifica occasione di confronto e di scoperta, sospesa tra apparizione e sparizione. Saranno in mostra quasi duecento tra abiti e accessori, distribuiti in diciotto sale. Creazioni mai mostrate prima si mescoleranno a pezzi in mostra per l’ultima volta, perché troppo delicati o consunti; Vionnet incontrerà Prada e Lanvin si avvicinerà a Dolce & Gabbana, coprendo un arco cronologico che va dall’Ottocento al contemporaneo. Come tipico di Saillard, che i detrattori accusano d’essere uno scenografo più che un curatore, l’allestimento avrà un ruolo centrale, e un forte carattere atmosferico ed emotivo. Si tratta di punti di vista: si può insegnare ex cathedra, oppure suggestionando. Nessuna delle due vie è migliore dell’altra.
Oggi, più che in passato, è però importante suscitare una reazione, gettare un seme nello spettatore, renderlo attivo invece che semplicemente contemplativo. «Con questo Museo cerco di catturare il macabro della moda, il suo consumarsi - conclude Saillard -. Soprattutto, vorrei suggerire al pubblico che in realtà facciamo mostre ovunque, da soli, appoggiando abiti. I vestiti sono oggetti vivi, la cui decadenza è meravigliosa».
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