Cultura

Dossier Festival di Cannes, la Palma d’oro ai parassiti

  • Abbonati
  • Accedi
Dossier | N. 18 articoli Festival di Cannes 2019

Festival di Cannes, la Palma d’oro ai parassiti

Ha vinto a sorpresa la pellicola più coraggiosa e innovativa, ironicamente spietata nell’offrire uno squarcio sociale del proprio Paese , come un tempo sapeva fare la commedia all’italiana: Parasite di Bong Joon Ho.Il regista sudcoreano dà luce a una famiglia di impostori, che vive in uno scantinato e riesce a rovesciare la propria misera sorte penetrando nei gangli psicologici e organizzativi di una famiglia altolocata. Padre, madre e i due figli, senza rivelare la propria parentela, con un sistema concatenato di raccomandazioni e sotterfugi si sostituiscono al personale di servizio. Paradossi e senso tragico accompagnano questa lotta di classe, con un côté splatter alla Tarantino.

PER SAPERNE DI PIÙ / Parasite di Bong Joon Ho vince la Palma d'oro al Festival di Cannes

Al Festival di Cannes il Gran premio della Giuria è andato ad Atlantique, opera prima di Mati Diop, 36 enne franco senegalese, con una mano a volte ingenua e incerta, ma piena di verità. Protagonisti sono alcuni ragazzi senegalesi, partiti da Dakar per il mare con una piroga, spezzatasi nel Mediterraneo. Tornano dalla morte, reincarnandosi nel corpo delle ragazze che hanno amato, per fare i conti con chi li ha costretti ad abbandonare la propria terra.

Il presidente della giuria Iñárritu, autore dell’installazione Carne y arena, non è rimasto indifferente all’urgenza dei migranti, ma non è stato altrettanto generoso con il grande favorito di questa edizione, Pedro Almodovar, che infatti ha disertato la Croisette, nonostante il premio come migliore interpretazione maschile sia andato (meritatamente) ad Antonio Banderas, protagonista di Dolor y Gloria. Banderas interpreta Salvador Mello, un cineasta in crisi creativa, prostrato dai dolori fisici che gli impediscono di girare, annebbiato dalla dipendenza da alcol ed eroina. L’attore spagnolo che ha espresso la più matura delle sue prove, entrando nei panni reali, con abiti e scarpe prestati dall’amico regista ha riprodotto i tic e le movenze del maestro della madrileña nella sua pellicola più autobiografica, con stilemi forse meno marcati del solito, soprattutto nei flashback con cui torna all’infanzia.

VAI AL DOSSIER / Festival di Cannes 2019

Banderas purtroppo ha sottratto il premio al nostro Pierfrancesco Favino, protagonista de Il traditore di Marco Bellocchio su Tommaso Buscetta . Favino si cala egregiamente nel narcisismo e nell’ignoranza del pentito, restituendone parimenti dignità e coraggio, senza dimenticare la sua fibra di delinquente, bugiardo, abile stratega, eroe tragico e carismatico.

La migliore attrice è Emily Beecham, l’Alice protagonista di Little Joe di Jessica Hausner. Curiosa attribuzione per un film, psicologico e fantascientifico, in cui il profumo di un fiore in provetta è in grado di dare la felicità e allo stesso tempo di sottrarla, se privato di cure e amore. Lavoro non all’altezza di Lourdes (2009) di Hausner, cinica fotografia dell’uso utilitaristico della fede.

Premio per la sceneggiatura a Céline Sciamma, che scrive e dirige pellicole delicate sull’età della soglia e sulla consapevolezza dell’identità sessuale (Tomboy, 2011). Questa volta, in Ritratto di una donna in fiamme, posa il suo sguardo acuto sulla forza di una passione nata tra la pittrice Marianne (Noémie Merlant) e il soggetto del suo quadro, Héloïse (Adèle Haenel). Un’indagine intelligente e sensibile sulla spontaneità di un legame tra persone dello stesso sesso.

Processo con cui non ha ancora fatto pace il geniale Xavier Dolan, che dopo aver sbaragliato i palmares dei festival tra i 20 e i 30 anni, con Matthias&Maxime, storia di due amici di infanzia che si scoprono innamorati, ripete lo schema di una genitorialità manchevole, e della difficoltà di vivere l’omosessualità senza la grandezza di film come Mommy (2014) e Tom à la ferme (2013).

Il premio per la regia è andato ai fratelli Dardenne, capaci di avvertire con immancabile precisione il polso della società occidentale.

Pluripremiati sulla Croisette, due volte con l’oro (Rosetta, 1999 e L’Enfant - Una storia d’amore, 2005), in Le jeune Ahmed spiegano la genesi dell’estremismo religioso in un ragazzo belga musulmano (Idir Ben Add) che cerca la figura del padre assente nell’imam sbagliato. Convinto che la sua insegnante Inès (Myriem Akheddiou) sia un’apostata, tenta di ucciderla. Sul palco i due registi lanciano un appello alla vita contro la morte dell’integralismo.

PER SAPERNE DI PIÙ / Bellocchio: «Il mio Buscetta non è un eroe»

Il premio della giuria è andato ex aequo a due film altrettanto politici, Les Misérables di Ladj Ly e Bacurau di i Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Il primo è l’esordio narrativo di un documentarista, ambientato nella stessa banlieue in cui si svolge l’omonimo romanzo di Victor Hugo, seguendo l’azione di una squadra anticrimine in una difficile convivenza in cui il braccio della legge deve cercare continui compromessi. Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles racconta una storia di resistenza e di protesta anticapitalista allucinata e surreale. È una versione (antibolzonaro) brasiliana allo zombie moovie anticonsumista (e antitrumpiano) I morti non muoiono di Jim Jarmusch. Ma Bacurau è sicuramente più visionario e strano, mescolando realismo magico ed epopea western. La capa dei rivoltosi, impegnati in una guerriglia in stile vietnamita, è la Sonia Braga star delle telenovelas.

Menzione speciale (nuova) per It must be Heaven di Elia Souleiman, in cui il regista palestinese assiste attonito alla follia del mondo, dalla sua Nazareth abbandonata all’odio, ai poliziotti pattinatori di Parigi. Ogni suo commento è affidato a un silenzio mimico. In un’edizione di grandi registi, ma senza una pellicola diserbante, questo palmares è indubbiamente audace e giusto. Peccato solo per Bellocchio e Favino. Si rifaranno nelle sale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione riservata

>