Il Sole 24 Ore
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«LA SCIENZA anti-fame»

Marco Magrini


Gregor Mendel È CONSIDERATO IL PRECURSORE DELLA GENETICA PER I SUOI STUDI SUI CARATTERI EREDITARI

MARCO MAGRINI
A COLLOQUIO CON
GEBISA EJETA
C'era una volta un bambino nato in Etiopia. Vive in una capanna col tetto di paglia insieme ai genitori analfabeti, in un villaggio di contadini dove la fame non è certo una cosa sconosciuta. Il piccolo fa 20 chilometri al giorno per andare a scuola e, coi sacrifici e gli incoraggiamenti della madre, si fa notare per volontà e intelligenza. Con una borsa di studio, finisce addirittura a studiare in America, dove diventa ricercatore e poi professore di agraria. Lì, inventa numerose, nuove varietà di un cereale, capaci di triplicare o quadruplicare la produzione, riuscendo così a salvare la vita a centinaia di migliaia di persone.
Se la favola vi è piaciuta, sappiate che non è una favola. L'anno scorso, Gebisa Ejeta ha vinto il World Food Prize – una specie di premio Nobel all'agricoltura – per aver selezionato il sorgo, in modo da renderlo resistente alla siccità e alla striga, un parassita vegetale che ha affamato a lungo le popolazioni africane, che su quel cereale basano la propria sopravvivenza.
Oggi, un anno più tardi, si prende il permesso di lanciare un allarme. «Il mondo deve tornare a investire sulla scienza dell'agricoltura, prima che sia troppo tardi», sentenzia Ejeta, che la settimana scorsa era in Italia per il convegno «Genomics of plant genetic resources» organizzato dal professor Roberto Tuberosa dell'Università di Bologna. «La crisi dei prezzi alimentari di due anni fa ha già suonato la sveglia. Se mettiamo in conto il cambio delle diete nei paesi emergenti, l'aumento della popolazione, la competizione con i biocarburanti, i cambiamenti climatici e lo stress delle risorse energetiche e idriche, le sfide alimentari che ci attendono nei prossimi dieci o venti anni sono spaventose. In Occidente abbiamo imparato a conoscere l'abbondanza, dimenticandoci che non siamo ancora riusciti a garantire un diritto fondamentale dell'umanità: il diritto al cibo».
La soluzione al problema, rimarca Ejeta, «non può che venire dalla scienza». Nei prossimi tre o quattro decenni, la produzione mondiale di cereali andrà aumentata fra il 70 e il 100 per cento. «Quali alternative abbiamo, se non la ricerca?», si chiede lo scienziato etiope, oggi distinguished professor alla Purdue University, nell'Indiana. «Sono secoli che il genere umano ha scoperto il potere della genetica attraverso la tecnologia dell'ibridazione, seguita dall'invenzione di erbicidi, pesticidi e fertilizzanti e poi dall'avvento di macchine e computer che, nel complesso, hanno costantemente accresciuto la produzione alimentare». Eppure, secondo Ejeta, la ricerca è dimenticata, se non ostacolata.
A chiedergli della posizione europea sugli organismi geneticamente modificati, si accalora. «Nella storia, l'Europa è stata la culla della conoscenza. E questo perché ha sempre avuto un atteggiamento inquisitivo, una mente aperta. Sollevare questioni etiche è giusto. Ma bloccare lo sviluppo di una tecnologia soltanto per paura dell'ignoto non è una buona idea». Ejeta si ferma un attimo, forse pensa a quel villaggio dove – come racconta lui stesso – ha guardato la fame in faccia. «Se l'Europa si trovasse in una drammatica scarsità di cibo - riprende – ogni esitazione svanirebbe».
Se l'anno scorso Hillary Clinton e Bill Gates hanno applaudito Ejeta alla consegna del World Food Prize è perché la sua scienza ha riempito molte pance. «Il sorgo resistente alla siccità l'avevo sviluppato 25 anni fa, ed è tutt'ora coltivato in Sudan e in Etiopia», racconta. «Poi, in tempi più recenti ho creato una decina di varietà capaci di fronteggiare la striga, una pianta infestante. Sono attualmente coltivate con successo in dodici paesi africani: i contadini hanno imparato a usarle, hanno moltiplicato i raccolti, scambiano i semi con i loro vicini e sfamano migliaia e migliaia di persone».
Già, i semi. Ma che dire invece dei semi Ogm commerciali, che devono essere ricomprati ogni anno? «Dico che le critiche sono ingiuste», risponde seccamente Ejeta. «Le industrie investono denaro sulla ricerca e devono avere i loro ritorni, altrimenti smetterebbero di farlo. Se un contadino compra i semi, produce molto di più e ha un mercato di sbocco dove vendere con profitto, non parlerei di sfruttamento. Il problema è che anche le istituzioni pubbliche dovrebbero finanziare questa ricerca scientifica».
Secondo Ejeta, solo il 15% del mais coltivato in Africa – nonostante i decantati aiuti internazionali – è in «varianti migliorate». «Il guaio è che le istituzioni africane non sono state rafforzate. La comunità internazionale riversa genericamente aiuti, senza pensare a costruire una rete di conoscenze e di esperienze in Africa: anche lì ci vogliono studenti, professori, laboratori di ricerca». Lui non lo dice. Ma, in altre parole, ci vorrebbe una fabbrica di tanti altri Gebisa Ejeta. Gente che ha conosciuto la fame e che intende combatterla fino in fondo.
«Dobbiamo assicurare il diritto al cibo – conclude il professore – e solo la scienza potrà evitare al mondo di andare incontro a una crisi alimentare senza precedenti». Solo con la scienza e l'umano ingegno, le favole diventano realtà.
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