Il Sole 24 Ore
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27 giugno 2011

Sì ai videogiochi, anche violenti. La Corte Usa scomoda la libertà di espressione sancita dal primo emendamento

di Luca Tremolada


Hanno dovuto scomodare il primo emendamento, quello della libertà di espressione, ma alla fine hanno vinto. I videogiochi godranno delle stesse protezioni legali di libri, cinema e musica. La Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso che la vendite di videogiochi, anche se violenti, possono avvenire liberamente su suolo americano, senza limiti per i minorenni. Questa decisione arriva a valle di una crociata anti-videogame partita nello Stato della California.

Nel mirino in particolare gli sparatutto, un genere di videogame che prevede uccisioni e carneficine varie. Un genere che ha espresso ad esempio titoli come Call of Duty e Gears Of War, campioni di incasso mondiali. Paradossalmente a chiedere il divieto di questi giochi è stato nel 2005 l'allora Governatore Arnold Shwarzenegger a tutti noto per ruoli come Terminator e Conan il barbaro. Dietro di lui associazioni di consumatori che già da alcuni anni chiedono di mettere al bando i videogame più violenti.

Per loro la decisione della Corte è particolarmente amara anche perché ora a protezioni dei giochi elettronici veglierà il primo emendamento. «Come libri, film e opere teatrali anche i videogame trasmettono idee e anche messaggi sociali attraverso mezzi familiari - ha commentato il giudice Antonin Scalia favorevole al verdetto passato con sette voti contro due -. Questo è sufficiente a conferire la protezione in base al primo emendamento della costituzione americana». «Certo - ha poi aggiunto - leggere Dante è senza alcun dubbio più edificante sotto il profilo culturale e intellettuale di giocare a Mortal Combat». Se la sentenza fosse passata, il commerciante sorpreso a vendere giochi vietati avrebbe dovuto pagare multe fino a 1.000 dollari.

A spingere per l'incostituzionalità del divieto la mancanza di studi capaci di dimostrare la pericolosità dei videogiochi violenti «sono stati respinti da ogni corte e per un buono motivo: non provano assolutamente che i videogame violenti provochino comportamenti aggressivi nei minorenni». E il paragone con contenuti accusati di contenere violenza senza essere vietati: libri per bambini contengono scene violente, come i racconti di Grimm o le favole tipo Cenerentola o Hansel e Gretel, che, si legge nella decisione «sono dei bambini che uccidono il loro rapitore cuocendolo in un forno».

La decisione è destinata a fare discutere. Anche perché in Europa le cose funzionano diversamente e forse anche meglio. «L'industria dei videogiochi - ha commentato Thalita Malagò, segretario generale Aesvi (Associazione editori software videoludico italiana) non può che esprimere la propria soddisfazione per il fatto che la Suprema Corte Usa abbia riconosciuto al videogioco la protezione del primo emendamento che fino ad oggi è spettata ad altre forme espressive come i libri, la musica e il cinema. Per quanto riguarda invece la conseguenza che si ricava da questo principio, ovvero l'incostituzionalità del divieto di vendita dei videogiochi con un determinato rating ai minori, riteniamo che sia abbastanza difficile fare qualsiasi confronto tra USA ed Europa".

In Europa esiste un codice di autoregolamentazione (il cosiddetto PEGI) che è adottato da molti paesi europei, tra cui l'Italia, e che gode di un forte sostegno da parte delle istituzioni comunitarie. In alcuni paesi il codice è stato recepito nelle legislazioni nazionali con la previsione di sanzioni per i rivenditori in caso di violazione, in altri è riconosciuto come standard di classificazione dei videogiochi, ma non è accompagnato da un regime sanzionatorio a livello di vendite. In Italia ad esempio, il sistema Pegi è riconosciuto ma non sono previste sanzioni per chi vende giochi vietati.

Su quest'ultimo punto si concentrerà il dibattito. Esattamente come un film o un libro un videogame ha contenuti che possono influenzare un minore (come del resto un adulto). Distinguere il gioco dagli altri media può essere fuorviante. È forse questo l'aspetto più interessante di questa decisione, che pone le basi per un dibattito futuro senza crociate e guerre di religione di mezzo.


27 giugno 2011