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«Una visione di lungo periodo»

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«Una visione di lungo periodo»

  • –Antonio Dini

George W. Bush e Barack Obama hanno confidato la loro passione per la saggistica storica. Va invece nell’altra direzione, guardando solo al futuro, Michael Dell, 49 anni, a capo di un impero privato “end-to-end” con quasi 110mila dipendenti in 180 Paesi e che prima di essere delistato dal Nasdaq nel 2013 fatturava 57 miliardi di dollari (quasi un quarto rispetto agli anni migliori). Ritornato nel ruolo di ceo, oltre che presidente dell’azienda che aveva fondato nel 1984 e che ha riacquistato dal mercato, Michael Dell dice di preferire libri che parlino del futuro in ottica positiva: «Se vuole, legga “The second machine age” di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, oppure “Abundance. The future is better than you think” di Peter Diamandis e Steven Kotler», afferma in una saletta del Westin Palace di Milano. Dell legge venti, forse trenta libri all’anno, ma guardando avanti, non indietro.

Da quando la sua azienda è tornata privata è diventato un uomo più pubblico: gira il mondo per incontrare clienti, partner e “motivare le truppe”, anche se adesso gli affari vanno meglio. L’azienda aveva passato un momento di crisi dopo aver mancato la rivoluzione mobile e aver visto contrarsi i pc. Adesso le vendite di pc sono migliorate, il portafoglio prodotti è molto diversificato (dai server per le aziende alle soluzioni di sicurezza gestita) e non c’è segmento per il quale Dell non abbia pronta una strategia, o almeno non abbia fatto una piccola acquisizione.

Soprattutto, questo imprenditore-prodigio (già a scuola commerciava in tecnologia e ha lanciato Dell a 19 anni inventandosi un modello di vendita a catalogo di pc assemblati low cost, poi passati sul web, che ha fatto scuola) ha una visione molto lucida del futuro. Mani libere dai legacci della regolamentazione di Borsa, che rende difficile gli investimenti strategici con la tirannia della trimestrale. In un’ottica di fondo: «Il mercato It non ha ancora espresso tutto il suo potenziale. Oggi vale 3mila miliardi di dollari, di cui 2.700 miliardi sono la somma del settore pubblico e di quello commerciale. Tra dieci anni varrà fra i 4mila e i 6mila miliardi. In questo mercato ci sono solo dieci aziende che ne controllano più dell’1%. Noi abbiamo il 2%. Nessuno ha più del 5-6%». Come dire: la crescita è ancora enorme, la frammentazione gigantesca.

Dell vede l’assoluta centralità dell’information technology nella vita e nel lavoro: «Tutti usano l’It. Senza non puoi fare niente. Nascono sempre nuovi business abilitati dall’It».

In questo la sua idea è chiara: ai cercatori di oro digitale, Dell vende picconi, carriole e setacci. «Noi non ci inventiamo eBay o Uber, ma diamo loro le tecnologie per fare queste innovazioni». Può sembrare una visione in tono minore, ma è potente: l’It sta cambiando la società e l’economia ogni giorno di più. E per ogni opportunità di business che la tecnologia informatica abilita, per Dell c’è una possibilità di vendita dei suoi prodotti, che ne consentono lo sviluppo. Con poco meno Bill Gates ci ha costruito Microsoft. Se non altro, è una rifocalizzazione per il terzo produttore di pc al mondo.

La competizione? «Quando ho iniziato nel 1984 sembrava che i pc li avrebbero fatti tutti i giapponesi e in America ci saremmo dedicati ad altro. Non è andata così, e il nostro sogno era anche andare là a vendere a loro i nostri pc, come poi abbiamo fatto: il Giappone è diventato il nostro primo mercato fuori dagli Usa. Oggi la Cina è il nostro primo mercato extra Usa per i pc. È un mercato enorme: due terzi della popolazione mondiale che ancora non ha espresso il suo pieno potenziale economico».

Michael Dell è calmo. Non travolge con iperboli. Procede invece in maniera pragmatica, toccando prodotto dopo prodotto tutte le province del suo impero. Nella sua visione del futuro l’orizzonte è concreto, fatto di M2M, internet of things, cloud computing, software defined datacenter. Sfide da affrontare con ottimismo. «Otto trimestri in fila di crescita nel segmento client dimostrano che è l’approccio giusto».

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