
Da Cesena a Londra, sulle rotte della sharing economy. «Dopo un mese e mezzo a bussare le porte di business angels e investitori privati, non potevamo più aspettare: abbiamo fatto la valigia per l'Inghilterra – spiega Sara Brunelli, co-fondatrice di Bid To Trip, incubata in CesenaLab - Lì a dicembre abbiamo chiuso un crowdfunding da 300mila euro in 48 ore. In Italia i tempi sono molto più lenti e l'approccio è cauto». E ora la startup, che gestisce aste per pernottamenti negli alberghi di lusso a prezzi accessibili, sta cercando investitori istituzionali a Londra per crescere sul mercato internazionale.
In Italia le nuove aziende dell'economia della condivisione scontano i limiti di ogni startup: «La difficoltà maggiore è l'accesso al credito – spiega Gian Luca Ranno, cofondatore di Gnammo – Con un'aggiunta: l'aggravante dell'incertezza delle metriche per un mercato nuovo. Questo rende meno propensi gli investitori». E così una realtà come questa piattaforma di social eating con 200mila utenti ha ottenuto 600mila euro (da Siamo Soci, Ebano spa e Club Digitale) mentre la concorrente internazionale Eatwith attiva su quattro paesi, ha raccolto 9,5 milioni di euro. Una situazione che non rende giustizia all'attivismo e alla ricchezza delle attività di scambio condivisione e baratto: in un anno le piattaforme sono cresciute del 21,6% a 118 complessive, secondo i dati Sharitaly 2015. Ora all'orizzonte si profila il Sharing Economy Act (proposta di legge dell'Intergruppo parlamentare per l'Innovazione) che delinea i confini di un settore destinato a segnare l'economia di questi anni e che per ora in Italia ha due velocità: i big internazionali come Airbnb o Uber che prosperano con i servizi on demand – tanto nuovi quanto dirompenti sulle logiche del mercato tradizionali – e una moltitudine di realtà medio e piccole che lottano per la sopravvivenza e sono ancorati ai valori originari: sostenibilità e collaborazione tra pari.
«In Italia ci sono pochi investitori istituzionali che perdipiù nella sharing sono consapevoli dei rischi connessi alle regole incerte del settore. E le agevolazioni fiscali per le startup sono più basse rispetto a qui – spiega da Londra Simone Cimminelli, managing director di iStarter –. Non solo: i volumi di utenti online sono inferiori». L'acceleratore accompagna le startup dopo la fase seed, quando vogliono scalare. E a Londra vogliono colmare proprio questo vuoto a favore dell'Italia. Si sono impegnati con Armadio Verde, marketplace di scambio di abiti di seconda mano E, nei giorni scorsi, hanno portato alla Borsa di Londra per incontrare gli investitori altre due startup, oltre BidToTrip: si tratta di MusicRaiser, la piattaforma di crowdfunding per la musica, accelerata da B-Ventures (il programma nato all'interno del Gruppo Buongiorno) e Antlos, l'Airbnb delle barche incubata in H-Farm. «Qui c'è una forte domanda di digitale italiano – aggiunge Cimminelli – Non solo è conveniente investire nel nostro paese, ma ci sono idee e developer usciti dal buone università».
Tra le idee emergenti la piattaforma Whataspace, che ha mappato un migliaio di location in Italia da rendere disponibili alle aziende come temporary shop o spazi per eventi. L'anno scorso ha raccolto 200mila euro da friends, family and fools, ha vinto 100mila euro in premi e intende scalare presto. Ha già iniziato a cercare fondi istituzionali. Per ora in Italia.
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