
INTRODUZIONE
Le piccole e medie imprese svolgono un ruolo cruciale nell’economia europea, contribuendo in modo significativo al prodotto interno lordo e all’occupazione. Innovazione, sostenibilità ed export sono gli elementi che da sempre caratterizzano la competitività del Made in Italy, un comparto di cui le Pmi rappresentano la migliore espressione e che nei prossimi mesi potrebbe trovarsi a fronteggiare le sfide poste dai possibili dazi statunitensi. Una ricetta che viene delineata in uno studio firmato da Sace dal titolo: “Obiettivo Sparkling: Pmi e filiere italiane a prova di futuro”, evidenziando il ruolo cruciale di queste realtà e delle filiere produttive nel contesto globale. Le Pmi, strategiche per la crescita del sistema Paese, devono però affrontare sfide considerevoli, tra cui la necessità di adattarsi alla “twin transition” che unisce la trasformazione digitale e la transizione energetica, entrambe fondamentali per il futuro dell’industria europea. Il contesto produttivo, infatti, è in rapida evoluzione, guidato da fattori come l’Industria 5.0 e gli interventi, anche di carattere normativo, che spingono verso l’adozione di sistemi di produzione più sostenibili. Le Pmi si trovano di fronte a una crescente domanda di innovazione digitale e di responsabilità ambientale, soprattutto per rimanere competitive in mercati globalizzati.
L’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano, ad esempio, evidenzia come l’integrazione di nuove tecnologie sia essenziale per mantenere e aumentare la competitività delle Pmi italiane ed europee. In questo contesto, gli istituti di credito possono diventare partner essenziali per le Pmi attraverso le loro divisioni di corporate finance, offrendo soluzioni di credito innovative.
Non solo credito, la finanza per le imprese è stata capace di innovare la propria offerta per accompagnare le realtà produttive in ogni sfida. Strumenti su misura per esigenze diverse, dalle special situtations e turnaround, fino ad acquisition finance, cartolarizzazioni e Ipo. Le divisioni corporate finance sono state in grado di costruire opportunità dedicate alle diverse fasi e alle personali sfide attraversate dalle singole imprese. Per assicurare continuità e competitività nel lungo periodo, le Pmi italiane necessitano di sostegno finanziario e una strada può essere il ricorso al capitale di rischio rivolgendosi al mercato finanziario pubblico. La quotazione, ad esempio, è solo una delle possibilità di accedere a nuove risorse a supporto delle strategie aziendali. Il percorso di quotazione richiede competenze specifiche e una preparazione finanziaria dettagliata, motivo per cui diventa indispensabile affidarsi alle competenze di un Euronext Growth Advisor capace di accompagnare l’azienda nelle diverse fasi che precedono il suono della campanella di Piazza Affari.
Un altro strumento utile è il factoring, che offre un supporto di liquidità rapido e flessibile. Questo mercato ha registrato un significativo turnover, dimostrando come possa garantire la stabilità finanziaria delle Pmi anche in situazioni di incertezza economica. Secondo i dati Assifact, nel primo semestre del 2024, ha registrato un volume di 146,77 miliardi di euro, un indicatore della sua crescente importanza per le imprese piccole e medie italiane.
Le Pmi rappresentano una colonna portante dell’economia europea, ma per continuare a crescere e affrontare le sfide contemporanee hanno bisogno di accedere a strumenti di finanziamento adeguati.
La finanza per le imprese sta ampliando l’offerta, tarandola sulle sfide e sulle necessità delle singole imprese per incentivare la crescita delle aziende e accrescere la competitività del sistema Paese.
PMI, IN ITALIA TRAINANO PIL E OCCUPAZIONE
Per McKinsey il contributo delle aziende alle economie avanzate è pari al 54% del Pil e al 66% dell’occupazione; in Italia salgono al 63% e al 76%

In Italia le piccole e medie imprese sono più di 200mila, producono un giro di affari di oltre 1.400 miliardi di euro, generano quasi il 40% del valore aggiunto nazionale e impiegano 5,6 milioni di persone, pari a un terzo di tutti gli occupati. Quasi 55mila Pmi sono imprese esportatrici, producono un giro di affari di oltre 1.400 miliardi, con circa un terzo del proprio fatturato che viene realizzato all’estero. Una su tre sta investendo in innovazione 4.0 e formazione e questo accresce del 15% l’export capability d’impresa, secondo la ricerca “Obiettivo Sparkling: Pmi e filiere italiane a prova di futuro” di Sace-Teha.
Dallo studio emerge che la propensione all’esportazione è direttamente legata alla dimensione di impresa: solo il 18% delle piccole imprese esporta più della metà del proprio fatturato, a fronte di quasi il 33% per le medie e circa il 40% per le grandi.
Sull’export italiano pesa, però, la promessa elettorale del nuovo presidente Usa Donald Trump di dazi del 10% sulle importazioni. I costi aggiuntivi per il Paese andrebbero da oltre 4 a oltre 7 miliardi di dollari, secondo le simulazioni Prometeia.
Allargando lo sguardo oltre confine, le micro, piccole e medie imprese si confermano la spina dorsale delle principali economie internazionali. In quelle avanzate contribuiscono a generare il 54% del Pil e il 66% dell’occupazione, dati che salgono rispettivamente al 63% e al 76% guardando all’Italia. È quanto emerge dalla recente analisi “A microscope on small businesses: The productivity opportunity by country”, condotta dal McKinsey Global Institute in 16 Paesi del mondo e dedicata allo studio di micro, piccole e medie imprese che operano in diversi settori (dal manifatturiero alle costruzioni, passando per commercio e Ict). Dieci le economie avanzate coinvolte, con l’Italia ci sono Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Spagna, Australia, Polonia, Portogallo e Israele. Completano il campione Brasile, Messico, Indonesia, India, Nigeria, Kenya.
Se il report evidenzia un ruolo predominante delle Pmi in Italia per il tessuto produttivo e l’economia nazionale, superiore anche a quello svolto dalle stesse nelle altre economie avanzate, emerge anche un importante elemento di riflessione, legato ai risultati dell’analisi sulla produttività. Pur essendo una nota critica per tutti i Paesi oggetto di studio, il gap tra Pmi e grandi aziende italiane, ancora una volta, si attesta sopra la media ed erode la crescita nazionale in maniera sensibile. Guardando ai dati, infatti, il contributo delle Pmi alla nostra produttività complessiva si riduce e si attesta al 55% di quella delle grandi imprese contro una media del 60% registrata nelle economie avanzate, in cui si distingue il Regno Unito con una quota pari all’84 per cento.
Questo dislivello, dettato anche dalla difficoltà che le Pmi riscontrano nel supportare i propri percorsi di crescita e innovazione, ha effetti diretti sul Pil nazionale, che per l’Italia il report stima in una perdita del 6,5% del valore aggiunto, rispetto al 4,7% delle economie avanzate e al 10% di quelle emergenti. Lo studio si sofferma anche sull’approfondimento del contributo che all’economia arriva da alcuni settori, tra cui il manifatturiero, che pesa complessivamente per il 18% del valore potenziale complessivo nelle economie avanzate e per il 25% in quelle emergenti. In Italia i sotto-settori che offrono le maggiori opportunità di crescita sono abbigliamento e alimentare.
LE GRANDI SFIDE PER LA CRESCITA E LA COMPETITIVITÀ DELLE PMI ITALIANE
Cambiano i capitani d’azienda e i modelli di business, mentre aumenta la consapevolezza del valore strategico della transizione gemella anche alla luce del Piano Transizione 5.0 destinato ad accelerare il cambiamento in atto

Non è solo la twin transition, con la doppia attenzione alla trasformazione digitale e sostenibile delle realtà produttive, a rappresentare una vera e propria sfida per le Pmi. La consapevolezza di non potersi lasciar sfuggire le opportunità di crescita offerte dal Piano Transizione 5.0 e la necessità, in molti casi, di dover affrontare il delicato momento del passaggio generazionale, con il cambio di guardia alla guida dell’impresa, si pongono come momenti di svolta per le aziende che vogliono accrescere la propria competitività.
Nuovi capitani d’azienda
In Italia, secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Aub, le Pmi a gestione familiare rappresentano il 65% del tessuto imprenditoriale. Nelle aziende di più grandi dimensioni, la leadership è nelle mani della famiglia imprenditoriale (65,7%) mentre nelle realtà più piccole lo è addirittura nel 78,8% dei casi. Seppur a ritmi lenti, nella fase post-Covid si assiste a un nuovo trend, con un alto numero di leader over 70 che però iniziano a lasciare spazio a professionisti più giovani (under 50) esterni all’asse familiare. Nell’ultimo triennio, infatti, i modelli di leadership interamente familiari si sono ridotti di 4 punti nelle aziende più grandi nei passati tre anni (e di 9 nell’ultimo decennio). Il processo ha investito in misura pressoché analoga, per la prima volta, anche le aziende di minori dimensioni nel triennio Covid.
Le Pmi italiane credono nella twin transition
È questa la nuova impresa che si prepara ad affrontare le due grandi trasformazioni imposte dalla digitalizzazione e dalla necessità di rendere i modelli produttivi sempre più sostenibili. Una duplice trasformazione che diventa strategica in un mercato sempre più interconnesso e competitivo. Le piccole e medie imprese italiane, però, si dimostrano aperte e pronte ad affrontare il cambiamento: il 65%, infatti, dichiara di investire già “intensamente” nel digitale, ma prevalgono ancora le tecnologie di base (come software gestionali o app di collaborazione).
Non più del 20%ha sviluppato progetti che prevedono l’impiego di big data, blockchain, intelligenza artificiale, realtà aumentata o virtuale. Più in ritardo, invece, la transizione ecologica: anche se il 76% delle Pmi italiane ritiene la sostenibilità ambientale un obiettivo prioritario, meno di una Pmi su tre (27%) ha individuato una figura di coordinamento. Anche tra le imprese che dichiarano di ritenere la sostenibilità ambientale una priorità, il dato si ferma al 34%, mostrando uno scollamento tra le dichiarazioni di intenti e l’effettiva attuazione.
È lo scenario che emerge dall’indagine condotta dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano. Nel dettaglio, lo scorso anno il 33% delle Pmi italiane ha aumentato gli investimenti diretti per la trasformazione digitale, a fronte di un solo 4% che li ha ridotti. La piccola e media impresa crede nel tema della twin transition: il 57% di queste imprese impiega già strumenti digitali che consentono di perseguire obiettivi di sostenibilità ambientale.
Piano Transizione 5.0
Digitale e green si confermano quindi i pilastri del nuovo tessuto produttivo nazionale, come indicato anche dal recente Piano Transizione 5.0, che si inserisce nell’ambito della più ampia strategia finalizzata a sostenere il processo di trasformazione digitale ed energetica delle imprese e mette a disposizione delle stesse, nel biennio 2024-2025, 12,7 miliardi di euro.
CREDITO: RIPRESA DELLA DOMANDA PER LE BANCHE
Le decisioni di Francoforte avranno impatto sulle scelte delle aziende, la partita delle banche ora si gioca sul piano delle competenze
Il secondo trimestre del 2024 ha visto il primo intervento della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse, seguito a settembre da un nuovo taglio che ha portato il tasso sui depositi, quello con cui la Bce orienta la politica monetaria, dal 3,75% al 3,50 per cento.
Gli effetti delle decisioni di Francoforte non si riflettono ancora sui dati relativi all’accesso al credito delle imprese europee, tanto che nel secondo trimestre dell’anno si registra una nuova contrazione della domanda ma gli istituti di credito confidano in una ripresa entro la fine del 2024. È quanto emerge dall’ultima “Indagine sui prestiti bancari nell’area euro”, che evidenzia come gli istituti di credito abbiano riportato un lieve ulteriore irrigidimento netto degli standard di credito per prestiti o linee di credito alle imprese nel periodo oggetto di indagine.
Le banche, in linea con l’andamento del primo trimestre dell’anno, hanno registrato un ulteriore calo della domanda di prestiti o di utilizzo delle linee di credito da parte delle imprese (-7%), a fronte di un aumento di quella da parte delle famiglie. Le previsioni per la seconda metà dell’anno, però, evidenziano un cauto ottimismo.
All’indagine hanno preso parte 13 tra i principali gruppi italiani, le cui risposte riflettono un andamento della domanda da parte delle imprese in linea con lo scenario europeo, come sottolinea la Banca d’Italia nella nota di commento ai risultati nazionali. Nel secondo trimestre del 2024 i criteri di offerta sui finanziamenti alle imprese sono stati lievemente allentati, per la prima volta dal dicembre 2021. La domanda di credito da parte delle imprese, in calo da inizio 2023, è però ulteriormente diminuita, continuando a riflettere il maggior ricorso all’autofinanziamento, il minore fabbisogno per la spesa in investimenti fissi e l’elevato livello dei tassi di interesse.
La sfida delle competenze per supportare le Pmi
Per le Pmi l’accesso al credito rappresenta una leva strategica per sostenere il percorso di crescita.
Lo sviluppo del mercato dei capitali e di strumenti di finanziamento nuovi, però, consente alle realtà produttive di valutare il ricorso a nuove opportunità di sviluppo.
La corporate finance rappresenta, in questo scenario, una branca sempre più rilevante per gli istituti di credito, chiamati a innovare competenze e conoscenze al fine di offrire servizi su misura per le Pmi.

GLI STRUMENTI FINANZIARI PER LE PMI: M&A ED EXPORT PER COMPETERE
Nel terzo trimestre 2024, secondo KPMG, in ripresa i grandi deal. Bene anche il commercio con l’estero: per il Doing Export Report Sace entro la fine dell’anno registerà un +3,7%
Operazioni straordinarie nel mirino delle Pmi italiane. La crescita per linee esterne, che trova sostegno negli strumenti dedicati alla corporate finance, è una strada che piace alle realtà produttive italiane, come testimoniano anche i dati del-
l’ultima analisi Kpmg dedicata al tema.
Il terzo trimestre del 2024, infatti, conferma la forte ripresa del mercato M&A italiano già osservata nel primo semestre. I primi nove mesi dell’anno registrano un controvalore complessivo pari a 61,1 miliardi di euro, grazie al ritorno dei grandi deal (+147% rispetto ai 25 miliardi dei primi 9 mesi del 2023). Nell’ultimo trimestre, in particolare, sono stati conclusi tre importanti deal sopra il miliardo di euro che si aggiungono agli oltre 10 chiusi nel primo semestre. Il ritorno dei grandi deal, registrato anche a livello internazionale, è stato positivamente influenzato dall’andamento macro-
economico osservato in questi mesi che mostra una crescita economica importante e politiche monetarie meno stringenti messe in atto dalle Banche Centrali.
In controtendenza rispetto ai risultati internazionali che registrano una diminuzione nel numero delle operazioni (-20% rispetto allo stesso periodo del 2023), in Italia continua il trend positivo: nei primi 9 mesi del 2024 sono stati conclusi 1.016 deal in linea con il dato record di 1.007 operazioni dello stesso periodo del 2023.
Guardando alle direzioni dei deal, si conferma l’interesse degli investitori esteri sugli asset italiani i quali rappresentano oltre il 50% del controvalore totale. In termini di numerosità, invece, oltre il 50% delle operazioni si sono concluse nel mercato domestico. A livello settoriale, i tre principali macro settori a cui è attribuibile circa il 67% dei controvalori registrati nei primi 9 mesi del 2024 sono: Tmt con 16,1 miliardi di euro, Energy & Utilities con 15,4 miliardi di euro, Industrial Markets con 9,9 miliardi di euro. La pipeline di operazioni per il 2024 porta gli analisti di Kpmg a superare la stima effettuata nel corso del primo semestre per un mercato M&A 2024 che potrebbe superare i 70 miliardi di euro in termini di controvalore, grazie ad importanti deal già annunciati.
Export in ripresa
Tra le leve strategiche per accrescere la competitività delle Pmi c’è anche l’export, destinato a ottenere risultati importanti entro la fine dell’anno, secondo la fotografia scattata dal Doing Export Report 2024 di Sace. Entro la fine dell’anno, infatti, il valore delle esportazioni italiane di beni registrerà un +3,7%, nel 2025 si passerà a +4,5% e nel biennio successivo ci si attesterà a una media di +4,2 per cento.
Il valore in euro dell’export tricolore supererà nel 2024 i 650 miliardi mentre il prossimo anno raggiungerà i 679 miliardi. Confermata anche la tendenza positiva per l’export nazionale di servizi, con una crescita media in valore del 4% nel 2024-2027, grazie anche allo sviluppo di tecnologie digitali più avanzate, in particolare dell’intelligenza artificiale. A contribuire alle vendite oltre confine sarà il calo dell’inflazione e il progressivo taglio dei tassi di interesse, con un miglioramento delle condizioni finanziarie.

PRIVATE DEBT ED EQUITY: CRESCE IL NUMERO DELLE OPERAZIONI IN ITALIA
Aifi fotografa uno scenario in ripresa per la finanza alternativa, con l’aumento del numero di società supportate nei primi mesi dell’anno. Predomina l’attenzione di investitori domestici in entrambi i casi
Nel primo semestre 2024 diminuisce la raccolta relativa al private debt ma aumenta il numero delle operazioni. È quanto emerge dall’analisi Aifi – Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, in collaborazione con Cdp e Deloitte.
Nei primi sei mesi dell’anno, infatti, la raccolta totale (di mercato e captive) si è attestata a 442 milioni di euro, in calo dell’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando era stata pari a 495 milioni. Le principali fonti della raccolta di mercato sono state il settore pubblico e i fondi di fondi istituzionali (62%), seguiti dalle assicurazioni (15%) e dalle banche (9%). Guardando alla provenienza geografica, la componente domestica ha rappresentato il 78% della raccolta. Nella prima parte dell’anno sono stati investiti 1.051 milioni di euro, in calo del 27% rispetto ai 1.448 milioni del primo semestre del 2023. Il numero di società finanziate è stato pari a 60 (+28%). Escludendo dall’analisi le operazioni (per società oggetto di investimento) di ammontare superiore ai 100 milioni di euro, i dati relativi all’ammontare risultano pari a 771 milioni, in crescita del 20% rispetto al primo semestre 2023 (644 milioni).
I soggetti domestici hanno realizzato il 77% del numero di operazioni, mentre il 65% dell’ammontare è stato investito da operatori internazionali. Il 73% delle operazioni sono stati finanziamenti, il 27% sottoscrizioni di obbligazioni.
A livello geografico, la prima regione resta la Lombardia, con il 37% del numero di operazioni, seguita dal Lazio con il 18%. Con riferimento alle attività delle aziende target, al primo posto con il 25% degli investimenti troviamo il settore dei beni e servizi industriali, seguito dall’energia e ambiente, con il 19%. A livello di dimensione delle aziende target, il 67% degli investimenti ha riguardato imprese con meno di 250 addetti.
Focus private equity
Cresce, invece, la raccolta del private equity nello stesso periodo dell’anno, secondo i dati Aifi, in collaborazione con Pwc Italia. Il valore complessivo è pari a 2.831 milioni di euro, in crescita del 43% rispetto al primo semestre del 2023, grazie anche ad alcuni closing di dimensioni significative. Gli operatori che hanno raccolto nel periodo sono stati 18 (20 nello stesso periodo dell’anno precedente).
La raccolta sul mercato è stata pari a 2.755 milioni, più che raddoppiata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le fonti principali della raccolta sul mercato sono state: fondi pensione e casse di previdenza, 24%; settore pubblico e fondi di fondi istituzionali, 15%; e fondi sovrani, 13%. A livello geografico, il 66% dei capitali proviene da investitori domestici. Con riferimento al target, si prevede di investire il 43% dei capitali raccolti complessivamente in operazioni di expansion e il 35% in buyout. L’ammontare investito è stato pari a 4.459 milioni di euro, in crescita del 40% rispetto ai 3.189 milioni del primo semestre del 2023.

IL LISTINO DELLA BORSA PER LE PMI ECCELLENTI
Al 1° agosto 2024, per l’Osservatorio ECM Euronext Growth Milan di Irtop Consulting, le quotate sono 211 per una capitalizzazione di 8,5 miliardi di euro
Crescere scegliendo il mercato dei capitali, uscendo dalla logica dell’impresa a guida familiare e cogliendo le opportunità offerte dalla quotazione a Piazza Affari. Sono sempre più numerose le piccole e medie imprese che negli ultimi anni guardano a Borsa Italiana come a una leva per realizzare ambiziosi progetti di crescita. Che si tratti di acquisizioni, ampliamento degli stabilimenti, internazionalizzazione, la raccolta dei capitali in fase di Ipo riesce a rispondere alle esigenze differenti di una platea di imprese che si fa sempre più diversificata per settore d’attività e regione d’appartenenza.
Egm in numeri
Al 1° agosto 2024, secondo l’Osservatorio Ecm Euronext Growth Milan di Irtop Consulting, le società quotate su Euronext Growth Milan sono 211 per una capitalizzazione complessiva pari a 8,5 miliardi di euro. Euronext Growth Milan si è evoluto incrementando l’eterogeneità settoriale delle Pmi: in termini di numero di società quotate, il settore più rappresentato è la Tecnologia con 50 società, pari al 24% (Technology Services, Health Technology, Electronic Technology). Successivamente alla data di riferimento, il listino dedicato alle Pmi ad alto potenziale di crescita ha accolto altre quattro Ipo e registrato tre delisting, due per offerte pubbliche d’acquisto e uno per decisione della società.
Il ritratto della Pmi quotata
L’analisi annuale dell’Osservatorio definisce anche le caratteristiche delle piccole e medie imprese che scelgono il percorso di quotazione per sostenere i piani di crescita. Sulla base dei bilanci 2023, le 206 società quotate al 31 maggio 2024 generano un giro d’affari complessivo pari a 10 miliardi di euro, +5% rispetto al giro d’affari complessivo generato nel 2022 dalle stesse società (9,5 miliardi di euro). Le società hanno registrato in media una crescita dei ricavi pari a +22%.
Il 68% del mercato è composto da aziende con ricavi inferiori a 50 milioni di euro. La società quotata su Egm presenta nel 2023 i seguenti dati medi: ricavi 51,7 miliardi di euro, Ebitda 9,0 milioni, Ebitda margin 17%, Pfn (cassa) 9,1 milioni. Queste realtà occupano complessivamente 34.189 dipendenti, +11% rispetto ai 30.692 dipendenti occupati dalle stesse società nel 2022.
Perché l’Egm?
La quotazione su Euronext Growth Milan prevede una procedura semplificata rispetto al listino principale e criteri in linea con le esigenze delle piccole e medie imprese. Non sono previsti limiti in termini di capitalizzazione, dimensioni societarie, struttura di governo societario e numero minimo di anni di esistenza della società. Quest’ultima è una delle caratteristiche che vede molte startup scegliere Piazza Affari. Per quanto riguarda il flottante è sufficiente una soglia minima del 10 per cento. La quotazione si traduce in accesso a nuove risorse finanziarie, maggiore visibilità e accreditamento del brand, valorizzazione dell’impresa stessa. La trasparenza è uno dei pilastri del processo e della permanenza sul listino.

PMI E SOSTENIBILITÀ, CRESCE LA CONSAPEVOLEZZA
Ritmi diversi per corporate e piccole e medie imprese nella trasformazione green, che favorisce anche l’accesso al credito
La transizione “verde” richiederà gradualmente anche alle Pmi di comunicare al mercato (banche, investitori e grandi imprese) le informazioni attinenti agli impatti ambientali, sociali e di governance (Esg) delle loro attività.
A fronte di questo sforzo le Pmi potranno ottenere significativi benefici, in termini di misurazione dei rischi e pianificazione dei propri investimenti: miglior accesso ai finanziamenti, con minori costi e condizioni agevolate, elevata resistenza a shock energetici e ambientali, produzione più sostenibile, con impatto diretto sul posizionamento competitivo.
La transizione verde procede a due velocità per le imprese italiane. Se le corporate guardano avanti, le Pmi fanno più fatica ad avviare processi di trasformazione. Uno studio condotto da Wyser, brand di Gi Group, in collaborazione con Intwig Data Management, rivela che il 78% delle imprese ha già intrapreso azioni legate agli obiettivi di sostenibilità, però se l’89% delle organizzazioni con oltre cinquanta dipendenti ha avviato iniziative per essere più sostenibile, solo il 68% delle Pmi l’ha fatto. Questa disparità si riflette anche nel tipo di azioni intraprese: mentre la maggioranza si concentra sulla sostenibilità ambientale (46% dei rispondenti), le grandi aziende mostrano una maggiore attenzione alla sostenibilità sociale (25% contro il 18% delle Pmi).
Esg come opportunità
La sostenibilità rappresenta una opportunità nuova per un migliore accesso al credito e per ridurre i rischi finanziari soprattutto per le Pmi, che possono contare su diversi strumenti finanziari capaci di supportarne la crescita e agevolare la trasformazione “verde”. La Banca d’Italia definisce la green finance come l’insieme di strumenti finanziari con i quali si favorisce uno sviluppo ecosostenibile, in particolare per la transizione energetica e la lotta al riscaldamento globale. Gli istituti bancari possono essere alleati strategici in questa sfida che determinerà i livelli di competitività delle Pmi. L’offerta di prestiti per finanziare progetti sostenibili attraverso strumenti di investimento ad hoc è sempre più ricca, basti pensare ai prestiti verdi (green loan) o a quelli legati a obiettivi Esg (sustainability-linked loan). Questi prestiti hanno tassi di interesse agevolati che possono essere rivisti al rialzo in caso di mancato raggiungimento dei target prefissati. A supporto della crescita green delle imprese ci sono anche strumenti come il private debt, il private equity e i green e social bond.

CORPORATE FINANCE: LE ALTERNATIVE AI PRESTITI
Nel 2023, gli Utp ceduti sono cresciuti: attraverso 75 transazioni sono passati di mano oltre 7 miliardi di euro di inadempienze probabili. Special Purpose Vehicle più semplici con le nuove norme
Supportare la crescita delle Pmi ricorrendo a strumenti alternativi ai prestiti. Accedere al capitale per supportare la realizzazione dei piani strategici della propria azienda è possibile anche ricorrendo a finanziamenti innovativi, prodotti, come le special situation e gli Utp o le cartolarizzazioni e il factoring, capaci di supportare le strategie di sviluppo delle Pmi.
Special situation e Utp
Esistono forme di finanziamento che riescono a trasformare il rischio in crescita. È il caso delle special situation, interventi aventi a oggetto situazioni complesse di varia natura, relativi ad aziende in difficoltà finanziaria, in stato di insolvenza o di pre-insolvenza. Tra le diverse tipologie di “situazioni straordinarie”: financial restructuring (interessa società caratterizzate da ingenti difficoltà finanziarie ma con un adeguato posizionamento strategico nel mercato), value arbitrage (in presenza di un posizionamento strategico appropriato e di un assetto finanziario non totalmente pregiudicato), turnaround operativo (interessa aziende con posizionamento strategico inadatto e sintomi di declino finanziario), business transformation (in casi di crisi profonda, che impatta su aspetti finanziari e strategici). Gli Utp â Unlikely to Pay – rappresentano, invece, un segmento in crescita nel contesto del mercato Npe â Non Performing Exposure. Nel 2023, grazie soprattutto ai Fondi specializzati, i volumi di Utp ceduti sono cresciuti. Attraverso 75 transazioni sono passati di mano oltre 7 miliardi di euro di inadempienze probabili rispetto ai 5,7 del 2022 e i soli 2,2 del 2021 (Osservatorio Npe Credit Village).
Cartolarizzazioni,
le novità italiane
La cartolarizzazione è un’operazione finalizzata alla creazione di titoli negoziabili, che derivano dai flussi di cassa che stanno a fronte della remunerazione che essi forniscono ai sottoscrittori da un pool di attività tipicamente illiquide. A garanzia degli investitori, tale pool di attività assume soggettività autonoma rispetto all’originario proprietario degli asset e a tale scopo le attività sono conferite a un’entità speciale appositamente creata per tale scopo (Special Purpose Vehicle, Spv). Dallo scorso luglio, gli istituti di credito italiano possono beneficiare di un’opzione prevista dal regolamento europeo di settore, grazie alla quale vengono superati gli ostacoli normativi che hanno limitato l’operatività del sistema bancario domestico. L’intervento della Consob, che ha recepito le indicazioni europee, è finalizzato a liberare maggiori risorse per il finanziamento dell’economia reale. La novità riguarda le cartolarizzazioni sintetiche qualificate come “Sts” (semplici, trasparenti e standardizzate), per le quali in base alla disciplina Ue (Regolamento 2017/2402) è determinante la correlazione fra il rating delle banche e quello dello Stato di appartenenza. Su richiesta della Consob, l’Autorità bancaria europea (Eba) ha espresso parere favorevole alla deroga regolamentare per la maggior parte delle banche italiane, che potranno fare ricorso alle cartolarizzazioni sintetiche Sts anche a fronte di un rating non in linea con il livello previsto dalla normativa comunitaria.

Factoring, strumento chiave per la stabilità finanziaria
Tra le alternative alle linee di prestito assume sempre più rilevanza il factoring, contratto che permette alle imprese di cedere a terzi i propri crediti, ottenendo immediatamente o alla scadenza il loro valore nominale al netto dei costi di compravendita e gestione. Nel primo semestre 2024 il factoring si conferma uno strumento strategico per la crescita delle imprese, lo testimoniano i dati trimestrali di Credifact, l’Osservatorio Credito Commerciale e Factoring di Assifact. Il mercato del factoring al termine del secondo trimestre 2024, infatti, ha registrato un turnover di 146,77 miliardi di euro, in crescita del 3,69% rispetto all’anno precedente. Il turnover cumulativo da operazioni di Supply chain finance è stato pari a 13,85 miliardi di euro, in crescita dello 0,95% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per l’intero 2024, gli operatori del settore si attendono un’ulteriore crescita dei volumi, pari ad un tasso medio di crescita atteso al 3,86%, in linea con la chiusura effettiva della prima metà dell’anno. Sono 32.210 le imprese che hanno ricorso al factoring, di cui il 63% sono Pmi. Il factoring, infatti, si dimostra una leva fondamentale per ottimizzare la gestione della liquidità e dei crediti commerciali, soprattutto in settori strategici come il manifatturiero (settore che pesa per il 31,11% sul numero complessivo dei cedenti).

– Il Sole 24 ORE per illimity