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Telecom: Telco e i grandi soci alzano le barriere anti-Opa

di Antonella Olivieri

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17 OTTOBRE 2008
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Il Governo pronto a varare una norma anti-scalate

La capitalizzazione di Borsa di Telefonica a ieri sera era di 68,6 miliardi, quattro volte e mezzo la capitalizzazione totale di Telecom Italia e oltre sei volte quella delle sole azioni ordinarie, che ieri col titolo sceso del 3,24% a 0,835 euro, si attestava a 11,27 miliardi. Chiaro che a questi valori il rischio che il gruppo delle tlc nazionale possa diventare preda di appetiti indesiderati c'è. Tuttavia Telecom è relativamente protetta da una serie di barriere più o meno resistenti.

La prima, a quanto ha potuto ricostruire Il Sole-24 Ore, riguarda la composizione stessa dell'azionariato di Telecom Italia. Infatti, a una recentissima ricognizione, oltre a Telco, che ha in portafoglio il 24,5% del capitale, e alla Findim della famiglia Fossati che ha il 5%, con una ventina di azionisti (banche, istituzioni finanziarie e società tutte in buoni rapporti con i soci italiani di Telco) si arriva alla maggioranza assoluta del capitale ordinario, oltre il 51%.

La seconda, la cui efficacia in realtà è molto opinabile, è relativa ai «poteri speciali» che come riporta ancora l'articolo 22 dello statuto Telecom – sono attribuiti al ministro dell'Economia il quale, d'intesa con il ministro delle Attività produttive, può opporsi all'assunzione di partecipazioni superiori al 3%, «qualora ritenga che l'operazione rechi pregiudizio agli interessi vitali dello Stato». Per lo stesso motivo il Tesoro dispone di diritti di veto su operazioni quali fusioni, scissioni, trasferimento della sede sociale all'estero. Si tratta però di disposizioni contestabili che potrebbero essere attivate solo in casi estremi (se per esempio fosse pregiudicata la stabilità dello Stato), ma certo non contro soggetti Ue, dal momento che all'interno dell'Unione europea vige il principio della libera circolazione dei capitali.

La terza, di fatto, è costituita dall'ammontare del debito. Mentre all'inizio dell'anno recuperare flessibilità finanziaria era la condizione sine qua non per lo sviluppo, oggi con il crollo dell'equity i 37 miliardi di indebitamento netto possono invece essere considerati un incidentale deterrente contro tentazioni ostili, tanto più che per almeno un altro anno e mezzo Telecom non ha bisogno di ricorrere al mercato per rifinanziare le scadenze.

C'è infine la prospettiva della protezione generale della riforma della passivity rule, che oggi non consente alle società italiane di difendersi come le altre in Europa in caso di attacco ostile. «Non c'è dubbio che in momenti di fragilitá finanziaria come questi, alcuni provvedimenti, come quelli che il Governo sta studiando, siano quanto mai opportuni per cercare di difendere gli interessi strategici del Paese», ha osservato il presidente di Telecom Italia, Gabriele Galateri. Tuttavia, pur in un simile momento di caduta libera delle Borse, «si deve sempre mantenere l'occhio attento ai fondamentali delle aziende».

L'erosione delle quotazioni Telecom che a partire da settembre è stata leggermente inferiore rispetto al resto del settore – sta in ogni caso causando altri problemi. I contatti per verificare l'ipotesi di un aumento di capitale riservato si sono di fatto arenati sullo scoglio del prezzo, dato che il riferimento di mercato è tutt'altro che stabile. E per Telco che, rispetto agli attuali valori di Borsa accusa una minusvalenza implicita dell'ordine di 6 miliardi, resta la spada di Damocle della possibile svalutazione della quota: la revisione dei principi contabili Ias sul concetto di fair value riguarderebbe i titoli illiquidi e comunque non dovrebbe avere impatto sulla partecipazione immobilizzata nella holding non quotata. Gilberto Benetton, interpellato ieri a margine di un convegno, ha spiegato che per il momento Sintonia non intende svalutare la propria quota in Telco. «Attendiamo fine anno anche per consultarci con gli altri soci. Comunque anche Telco soffre la svalutazione di Telecom», ha osservato Benetton.

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