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L'Europa prepara un Fondo
per stabilizzare le crisi paese

dall'inviato Adriana Cerretelli

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9 Marzo 2010
Un Fondo monetario per l'Europa. Nella foto Josè Manuel Durao Barroso

BRUXELLES - Sia pur confusamente, l'idea di creare un Fondo monetario europeo circolava da tempo tra le tante, esplorate in queste settimane, per andare in aiuto alla Grecia aggirando la clausola di "no bail-out" scolpita nel Trattato di Maastricht.

Ad accelerare improvvisamente le cose, sono stati due fattori tra loro strettamente collegati: la caduta delle resistenze tedesche e l'incontro oggi a Washington tra il premier greco George Papandreou e il presidente americano Barack Obama, con possibile diversione del primo alla non lontana sede del Fondo monetario internazionale.

Risultato, oggi a Strasburgo, qualche ora prima del tête-à-tête nella capitale Usa, la Commissione europea terrà un «dibattito preliminare» sull'argomento in vista di una decisione da prendere entro giugno. È escluso quindi che il Fme nasca in tempo per offrire eventuali puntelli ad Atene. La decisione sul Fondo europeo andrà di pari passo con un pacchetto di misure per rafforzare coordinamento e sorveglianza delle politiche macro-economiche e di bilancio nonché dei singoli Stati membri, per evitare nuovi casi Grecia nel futuro di Eurolandia. Il dibattito di oggi servirà a preparare la posizione da presentare lunedì ai ministri dell'Eurogruppo.

«Per la stabilità della zona euro e il suo equilibrio interno abbiamo bisogno di un'istituzione con esperienza e poteri analoghi a quelli del Fmi» ha dichiarato domenica il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, aggiungendo che presenterà «presto» una proposta che in nessun caso metterà il Fme in concorrenza con il Fmi. Poi Angela Merkel ieri ha ammesso: «I nostri strumenti sono insufficienti, l'Europa deve essere in grado di rispondere alle sfide del momento perché vogliamo risolvere i nostri problemi da soli». Definendo la proposta di Schäuble «buona e interessante».

Era tempo che la Germania rompesse il tabù dopo che il Governo di Papandreou ha adottato ben tre giri di vite successivi per convincere partner europei e mercati della serietà della sue intenzioni di risanemento. Dopo che il suo incontro a Berlino con il cancelliere si era concluso con il silenzio sugli aiuti. Dopo che invece quello di domenica a Parigi con il presidente Nicolas Sarkozy aveva ottenuto convinte offerte di solidarietà: «La Francia sta risolutamente dalla parte della Grecia. L'euro è la nostra moneta e implica solidarietà. Non possiamo lasciar cadere un paese, altrimenti non aveva senzo creare l'euro».

Dietro i sorrisi pubblici e i toni compassati, si racconta dell'estrema irritazione di Papandreou con partner ritenuti ancora più coriacei dei mercati. Quindi della sua aperta minaccia di bussare alle porte del Fmi per un prestito. Fumo negli occhi per quasi tutti nel club dell'euro ma soprattutto per Germania e Bce. Quest'ultima lo vedrebbe come un attentato alla sua indipendenza, Berlino alla sovranità dell'area euro, cioè anche alla propria. Al pari della Grecia dai conti dissestati.

Giocando la "doppia" carta di Washington, Papandreou è dunque riuscito a dare una scrollata ai dinieghi di Berlino inducendo all'azione l'asse franco-tedesco. E, a ruota, la Commissione europea. «Siamo pronti a proporre uno strumento di assistenza per scongiurare nuovi scenari di crisi in futuro» ha confermato ieri Antonio Tajani, uno dei suoi vice presidenti. Il portavoce di Olli Rehn, il responsabile del dossier, ha scelto la linea della cautela sui contenuti: «È prematuro dire se il Fme sarà solo uno strumento finanziario o una nuova istituzione, se richiederà o no una modifica dei Trattati».

Caduto un altro "muro" di Berlino, non è chiaro che cosa si voglia costruirci sopra. Perché i paesi dell'euro sono 16 e non solo 2 e alla fine potrebbero diventare anche i 27 dell'Unione. Di sicuro per ora si sa che i prestiti del Fme saranno legati a «una stretta condizionalità»: non solo drastici piani di risanamento ma anche sanzioni in casi di inadempienza, come taglio dei fondi Ue, stop al diritto di voto in Consiglio, esclusione provvisoria dall'euro.

Questo, almeno, vorrebbe Berlino ma Parigi non ci sta. E questo pone il primo problema perché, per decidere, ci vorrà l'unanimità. E poi chi e come verserà le quote nel Fondo? Come e in che tempi rivedere i Trattati Ue? In questo scenario anche la scadenza di giugno diventerebbe un'utopia. Viene allora il sospetto che la subitanea idea del Fme sia in realtà un altro esercizio per calmare mercati e speculazione. Nella speranza che la Grecia se la cavi da sola con la sua cura di asterità. Pronti a intervenire in extremis, se proprio necessario. Lasciando al Fondo europeo il tempo di un parto tranquillo. Un giorno o l'altro.

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9 Marzo 2010
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