Lo scontro sulle ronde riaccende la battaglia tra maggioranza e opposizione. Come se sul tema non ci fosse mai stata discussione prima, Montecitorio è stato teatro di una battaglia durissima sui "volontari per la sicurezza", come li chiama il Pdl. La mossa del Pd - chiedere alla maggioranza di stralciare questa norma, in cambio della disponibilità a votare il decreto legge antistupri - è stata respinta al mittente.
Il tema-ronde è tutto interno ai conflitti tra maggioranza e opposizione, ma riguarda anche gli equilibri della coalizione di Governo, visto che si tratta di un vessillo della Lega tollerato, non senza malumori, dal Popolo delle Libertà. Oggi così è scattato l'ostruzionismo del Pd, che rallenta l'esame del disegno di legge per convertire il decreto anti stupri. L'obiettivo finale dell'opposizione è mettere il provvedimento alle corde fino al possibile rischio di mancata conversione, approfittando della settimana di vacanza per le festività di Pasqua e della possibilità che anche quella successiva non preveda lavori parlamentari.
La maggioranza non può consentire uno smacco del genere ma deve valutare le soluzioni possibili. Il più semplice, il ricorso alla fiducia, che annulla d'un colpo la discussione parlamentare sugli emendamenti riportando la votazione sul testo originario, sarebbe però un atto di forza che al momento lascia perplessi in molti nel Pdl. Mercoledì 8 aprile una conferenza dei capigruppo convocata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, dovrebbe trovare una via d'uscita quantomeno sul calendario della discussione in Parlamento.
La decisione di porre la questione di fiducia spetta invece al Governo ma appare, al momento, improbabile. Oltre le ronde, il testo del Ddl prevede norme più severe per chi commette violenze di tipo sessuale e disposizioni antistalking. Su questo blocco c'è una sostanziale condivisione tra maggioranza e opposizione, che si trasforma invece in una nuova insanabile frattura davanti alla previsione di trattenere i clandestini nei Cie (centri di identificazione de espulsione) fino a 180 giorni, rispetto agli attuali due mesi. Un fatto è certo: il conflitto politico su questi temi non finirà presto.