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Banda larga: un tallone d'Achille chiamato fibra ottica

di Gianni Rusconi

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23 dicembre 2009

Nel mondo, stando ai dati più recenti pubblicati dall'Ocse, il numero di utenti di connessioni a banda larga ha superato quota 270 milioni a tutto giugno 2009, con una crescita del 10% rispetto all'anno precedente. Metà dei Paesi che fanno parte dell'Organizzazione (che raggruppa Nord America e Messico, Europa, Giappone, Corea del Sud e Oceania) hanno raggiunto una penetrazione pari a 25 utenti di servizi Internet broadband ogni 100 abitanti. L'Italia, pur dimostrandosi molto competitivo sul fronte dei prezzi (il canone mensile va da 7,7 a 30,8 euro), si colloca al settimo posto della classifica, con 11,87 milioni di utenti, e cioè una media di 19,8 ogni 100 abitanti. Rispetto a Stati Uniti (81,1 milioni), Giappone (30,9 milioni), Germania (24,04 milioni), Francia, (18,6 milioni) e Regno Unito (17,7 milioni) il divario è evidente. Ma il gap in termini di diffusione della banda larga è solo una faccia del problema che rischia di condizionare lo sviluppo prossimo venturo del Belpaese: il vero nodo è quello delle reti. Quelle a banda larghissima (a 100 Megabit) rappresentano una piattaforma strategica a supporto dell'innovazione delle economie moderne, così come lo furono in passato le reti elettriche e autostradali. E il vero broadband, sostengono vari esperti in materia, corre sulla fibra ottica, tecnologia molto più performante delle comuni linee Dsl su doppino in rame. Il punto è che, sempre secondo i dati Ocse, oggi solo il 9% degli abbonati Internet utilizza connessioni in fibra per accedere al Web (contro il 60% delle Dsl e il 29% del cavo) e l'Italia veste la maglia nera con una percentuale che si ferma allo 0,5%, contro il 15% della Corea, il 12,4% del Giappone e il 6,7% della Svezia. La questione è nota: le nuove reti, quelle che devono trasportare servizi di telemedicina o far funzionare sistemi "smart grid" per la distribuzione dell'energia elettrica, sono indispensabili ma chi le deve realizzare? Le società di telecomunicazione, ovviamente. Ma con quali e quanti contributi pubblici?

I finanziamenti miliardari di Obama e Sarkozy
L'intervento governativo a supporto degli investimenti necessari per costruire le reti veloci di nuova generazione non è solo una questione che contrappone operatori e istituzioni italiane. L'amministrazione americana, per esempio, ha confermato nei giorni scorsi un nuovo programma di sovvenzioni e prestiti per un ammontare di due miliardi di dollari volto a sostenere lo sviluppo della banda larga (stando alla Federal Communications Commission, circa due terzi di statunitensi accedono già oggi alla Rete con un abbonamento broadband). Fondi che verranno assegnati entro 75 giorni e che rientrano, bene ricordarlo, nel piano da 7,2 miliardi di dollari annunciato a suo tempo da Barack Obama per portare le connessioni ad alta velocità a quel 4% di popolazione ancora non servita o servita solo parzialmente dalle infrastrutture a larga banda. La prima tranche del finanziamento pubblico (187 milioni di dollari) servirà in buona parte a connettere alle dorsali in fibra ottica case, scuole, librerie, università e ospedali di 17 Stati al momento sprovvisti di collegamenti veloci. In Francia, invece, il governo presieduto da Nicolas Sarkozy ha ipotizzato uno stanziamento 4,5 miliardi di euro per lo sviluppo dei servizi digitali in tutto il Paese e circa la metà (due miliardi) specificatamente destinati alle infrastrutture e alle reti a banda larga in fibra ottica in particolare. Fondi insufficienti a garantire il completo sviluppo della rete ultrabroadband in Francia, che richiede non meno di 20 miliardi di euro, ma un primo significativo sostegno. Che potrebbe pescare risorse dalla Cassa depositi e prestiti dell'Eliseo.

L'Italia in stallo, fra fondi pubblici e società della rete
Il governo, per bocca del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, ha confermato ancora di recente come "lo Stato onorerà il suo impegno sulla banda larga, con i tempi e con la gradualità che la congiuntura economica della situazione italiana consiglia e impone". Parole confortanti da un lato, preoccupanti dall'altro. Perché se è vero che anche nel palazzo è maturata ormai la consapevolezza che le connessioni a 2 Megabit è altrettanto evidente che i tempi di intervento per potenziare (o realizzare ex novo) l'infrastruttura di rete necessaria sono tutt'altro che certi. Il Sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle comunicazioni Paolo Romani, colui che più di ogni altra figura istituzionale si è espresso sull'argomento, conferma che la strada maestra per dotare il Belpaese di una nuova rete ultrabroadband in fibra ottica debba passare per la cosiddetta "società della rete" (aperta anche a Ferrovie dello Stato e Poste) e non possa prescindere da Telecom Italia, cui ha chiesto in tal senso una "strategia industriale precisa". L'ex monopolista ha confermato dal canto proprio la volontà di collaborare con gli altri operatori per co-investire nel progetto Ngn (Next generation network) italiano ma di azioni concrete ancora non se ne sono viste. E i tanto agognati primi 800 milioni di euro pubblici per il superamento del digital divide non verranno stanziati, principalmente per progetti nel Sud Italia e in tutte quelle zone dove il mercato non ritiene remunerativo un investimento, prima dell'inizio del 2010 perché le risorse, al momento, non ci sono. L'Autority per le comunicazioni, che per bocca del suo Presidente Corrado Calabrò ha anche "bacchettato" la Ue relativamente alle regole volte a stimolare la realizzazione delle reti di nuova generazione, va comunque avanti fra tutte le incertezze del caso. A partire da gennaio inizieranno infatti i lavori per la definizione di una disciplina transitoria, imposta di fatto da alcune misure sollecitate da Bruxelles, per la fase di sperimentazione e prima commercializzazione dei servizi a larga banda su reti Ngn, con attenzione particolare agli aspetti territoriali, che potrebbero suggerire la possibilità di fissare regole differenziate per aree geografiche. Nuove reti, nuove regole, nuovi modelli di offerta e gestione. Questo lo scenario prospettato. Ma intanto siamo uno dei Paesi Ocse con la più bassa percentuale di utenti connessi a Internet in fibra ottica.

23 dicembre 2009
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