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La rivincita di Sebastiano del Piombo

di Valeria Ronzani

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8 febbraio 2008
Sebastiano del Piombo Triplo ritratto, 1510 ca. olio su tela, 84,5 x 69,2. Detroit, The Detroit Institute of Arts
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Frate Piombo, ma vale oro

Povero Sebastiano, bisognava arrivare al 2008 perché qualcuno gli dedicasse una mostra tutta per sé. Grande fra i grandi, nel suo percorso da Venezia a Roma, lui, sintesi palpitante delle due maggiori scuole pittoriche del nostro Rinascimento, amico fraterno di Michelangelo, cosa avrà dovuto scontare? Ora Roma finalmente lo celebra, povero Sebastiano, con una mostra misterica e sontuosa a Palazzo Venezia, tutta la sua produzione esposta, tranne che due sole opere (la "Resurrezione di Lazzaro" da Londra e la "Morte di Adone" di Firenze), inamovibili per il precario stato di conservazione. E un allestimento di lusso, firmato nientemeno che da Luca Ronconi e Margherita Palli, con soluzioni tecniche all'avanguardia. Per far risplendere quel percorso di oscura e lucente complessità, con le opere che emergono isolate dal contesto, ad evidenziare la profondità stilistica ed intellettuale, ma anche emotiva, della sua pittura.
Sebastiano del Piombo si chiamava Sebastiano Luciani. Lo dicevano "del Piombo" perché tale fu l'ufficio che ebbe, cioè bollare i diplomi pontifici col sigillo del piombo, una rendita sicura e ambita che veniva concessa agli artisti a riposo e in cui il Luciani successe a Mariano Fetti nel 1531. Arrivò a Roma da Venezia, dove era nato verso il 1485 e dove aveva studiato col Giambellino, e frequentato il Giorgione, nel 1511. Già artista affermato, vi fu chiamato dal grande mecenate, il senese Agostino Chigi. Resterà nella città capitolina praticamente fino alla morte, il 21 giugno 1547, vivendo anche il trauma del Sacco di Roma (1527), come testimonia in una lettera all'amico Buonarroti del 1531 «Ancora non mi par esser quel Bastiano che io era inanti al sacco: non posso tornar in cervello ancora»
A Palazzo Venezia, attraverso le oltre settanta opere esposte, dal periodo veneziano, ai ritratti romani, ai temi religiosi, fra cui le sconvolgenti grandi tavole della "Pietà" e della "Flagellazione" da Viterbo, si ripercorre l'intera sua carriera pittorica. Con quella vocazione monumentale, pur nella vibrante luce giorgionesca, che l'incontro col gusto formale dell'Italia centrale porta agli accenti emotivi e drammatici della tarda produzione. Così, oltre ai dipinti, anche disegni preparatori e disegni dell'amico Michelangelo, e svanisce quella dicotomia fra primato del disegno e primato del colore di cui gli storici semplificatori vogliono l'un l'altra armate Venezia e Firenze. Inoltre una sezione della mostra propone il confronto coi pittori della Controriforma romana, da Francesco Salviati a Scipione Pulzone, fino ad arrivare alla fortuna di Sebastiano in Spagna. E la complessità, la ricchezza storica e artistica di questo momento irripetibile della nostra identità tracima per le strade di Roma, dagli affreschi nella Villa della Farnesina a quelli di San Pietro in Montorio o alla pala di Santa Maria del Popolo. La mostra vedrà come seconda tappa Berlino, la Gemäldegalerie, ed un grande convegno internazionale dedicato all'artista.
Così Sebastiano avrà finalmente la sua rivincita. Pensare che Luigi Lanzi, nella sua "Storia pittorica d'Italia", lo condisce ben bene: "Può sospettarsi che fosse aiutato nell'invenzione; sapendosi che Sebastiano non avea da natura sortita prontezza d'idee, e che in composizioni di più figure era lento, irrisoluto, facile a prometter, difficile a cominciare, difficilissimo a compiere." Nella Roma dello splendore papalino, col trionfo dell'amabile (ma sempre immenso) Raffaello, il sodalizio col Buonarroti ha lasciato strascichi di ingiusti sospetti. Magari era un'unione di spiriti affini, e amabile lo doveva essere pure Sebastiano, che nasce musicista, e che, per dirla col Vasari, era pure di "piacevol e dolce conversare". O magari era l'amicizia di due artisti che si stimavano, anche se, racconta sempre Vasari, nel 1534 Michelangelo si offese e non gli parlò più fino alla morte. Chissà, forse Sebastiano stava ancora semplicemente scontando nei secoli i pregiudizi di piccinerie e piccole invidie. Perché, secondo il curatore Claudio Strinati, sovrintendente al Polo Museale Romano, questa retrospettiva è un invito alla tolleranza e a pensare con la propria testa, e l'arte introspettiva di Sebastiano è un potente stimolo ad aprire la mente.

Sebastiano del Piombo 1485 – 1547
8 febbraio -18 maggio 2008
Roma, Palazzo Venezia
www.mondomostre.it

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