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Il nobel Derek Walcott.
La nostra Odissea quotidiana

di Luigi Sampietro

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31 gennaio 2010
L'INEDITO / Ammaliato dai girasoli

«Onorate l'altissimo poeta». La voce di Omero saluta Virgilio nel quarto canto della Commedia di Dante e riecheggia nelle Piccole Antille per rendere omaggio a Derek Walcott, "l'Omero dei Caraibi", che compie ottant'anni nella sua casa di Saint Lucia, mentre in America sta per uscire una nuova raccolta che si intitola White Egrets.
Lo chiamo per gli auguri e mi ringrazia con il piglio del regista drammatico più che del poeta lirico: «Why aren't you here?». Ha terminato da non molto di girare un film tratto dal suo famoso Ti-Jean and His Brothers e me lo immagino con tanto di megafono e di stivali. E aggiunge cercando di sembrare serio: «Con la tua valigia. Pronto per la spiaggia!». È una vecchia battuta di un vecchio repertorio; e, mentre ci ridiamo sopra, sono certo che passano davanti agli occhi di entrambi i "provini" di un'infinità di altri film.
I viaggi che abbiamo fatto insieme, in giro per l'Italia, ovunque lo invitassero per un reading, e io e mia moglie li accompagnavamo, lui e Sigrid, la sua compagna degli ultimi vent'anni, che il povero Brodsky, l'amico fraterno, onorava dell'epiteto di «Top Sigrid»: lui, Walcott, con le mani in tasca e io sempre dietro con un carico di carte e libri nella mia inseparabile valigia; lui che non sapeva mai fino all'ultimo momento – fintanto che non avesse visto e "annusato" l'ambiente – che cosa avrebbe scelto di leggere, e io che non potevo rispondergli: «No, questa poesia non ce l'ho: l'ho lasciata a casa».
In quanti posti siamo stati insieme? Quante migliaia di chilometri abbiamo percorso in aereo, in auto, in treno? Lui sempre zitto, fino al momento in cui si voltava di solito per chiedere: «Come si chiama quella pianta?». Oppure: «Perché c'è quella tettoia là in fondo?».
Il mio primo film – chiamiamolo così – rimonta a un quarto di secolo fa, quando mi trovai a sfogliare, quasi per caso, un suo libro in una libreria di Londra. La curiosità e, chissà, forse una certa antipatia per il ritratto un po' sgherro e non molto ben riuscito sulla sovraccoperta del volume, mi indussero ad aprirlo. Fu un colpo di fulmine. Comprai il libro e tornai in albergo. Cominciai a leggere, aspettando l'ora di cena, e quando mi accorsi di avere sonno era ormai l'alba. Presto mi convinsi che avrebbe ricevuto o avrebbe dovuto ricevere il Nobel. Glielo dissi anche, la seconda volta che lo incontrai, a Boston, per un'intervista. Si fece una bella risata: «Mi farebbero comodo i soldi». Non era stato ancora pubblicato Omeros. E difatti quella volta non me ne parlò.
Me ne parlò però a lungo, l'anno dopo, quando ritornai a trovarlo. Ne venne fuori una lunga intervista che pubblicai su «Caribana», una rivista che avevo nel frattempo provveduto a fondare (con l'aiuto finanziario del Cnr) e che per anni fu l'occasione di incontro di un gruppo di adepti o cultori della sua poesia. L'epicentro fu la Statale e i componenti la successiva diaspora si ritrovano ogni volta che lui si trova da queste parti. Fingendo di ignorare qualche capello grigio, Walcott li chiama ancora «my students» («Arrivo domani: li hai avvisati?») e compaiono tutti in una poesia dell'ultima raccolta, seduti nella hall dell'Hotel Brunelleschi.
White Egrets è, per certi versi, il seguito di The Prodigal (2004), un volume che suggeriva il suo definitivo ritorno nella piccola patria. Ritorno più emblematico che letterale perché Walcott, a differenza di molti scrittori e artisti caraibici della sua generazione, non è mai stato un esule né un espatriato. Dopo il conferimento del premio Nobel (1992), le circostanze ne hanno però fatto un giramondo. Una star internazionale, cui però non riesce quasi mai di fare il turista. Lavoratore instancabile, difficilmente esce dall'albergo – dovunque si trovi – per fare, come si dice, due passi. A parte Venezia, su cui si era ripromesso di non scrivere una parola e che invece ricorrerà spesso in Tiepolo's Hound, potrei contare sulle dita di una mano – la "Camera degli sposi" di Mantegna a Mantova, l'Arena di Verona, il Colosseo, La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca a Urbino, la casa di Leopardi a Recanati – i luoghi e capolavori che in Italia è riuscito a vedere. Ma non basterebbe un'intera rubrica per elencare quelli che ha mancato. Non per pigrizia o indifferenza, si badi, ma perché quasi sempre, all'ultimo istante, sopravviene qualcosa di improrogabile che gli impedisce di muoversi.
Quando la Musa decide di strizzargli l'occhio, il grand'uomo pianta in asso chiunque e qualunque cosa per onorare quello che lui chiama «my gift»: il talento che ha avuto in dono e che la madre gli ha insegnato a rispettare come sacro fin da quando era un ragazzo. Non è sicuro ma pare che dopo il Nobel, vedendo l'empito con il quale Walcott continuava a darci dentro, un amico abbia avanzato il dubbio che forse non sapeva che il premio non lo si può ricevere una seconda volta.
Il lavoro come vocazione. Il lavoro come preghiera. Walcott è tutt'altro che un poeta religioso, ma se gli si chiede che cosa intenda dire quando afferma che «lo scopo della poesia, – ultimately: dopo tutto e al di là di tutto – è di glorificare Dio», questa è la sua risposta: «Se in luogo della parola "Dio" usi la parola "luce", cosa che succede di continuo in Dante, puoi capire come la poesia non sia altro che un atto celebrativo. Un gesto di gratitudine. Forse, talora, un gesto di sconcertato stupore. La grande poesia riguarda qualcosa che si trova al di là della nozione di mortalità. Al di là di ciò che è effimero. La poesia è ritmo, incantagione. È un'articolazione della parola che si può addirittura pensare come fondamento della religione, perché viene "prima", per così dire, della religione stessa».
  CONTINUA ...»

31 gennaio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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