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DOPO CRISI / Non è tempo di exit prima serve la strategy

di Martin Wolf

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9 settembre 2009

«La nostra azione decisa, concertata e senza precedenti ha contribuito a fermare il declino e potenziare la domanda globale». Così i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali del G-20 si sono autocompiaciuti nel fine settimana. Avevano ragione. La risposta alla crisi è stata essenziale ed efficace. Ma è ancora troppo presto per proclamare la vittoria.

Ben Bernanke, da poco nominato da Barack Obama a un secondo mandato alla guida della Federal Reserve, lo ha sottolineato al convegno monetario di quest'anno a Jackson Hole: «Senza queste misure rapide ed energiche, il panico dello scorso ottobre probabilmente avrebbe continuato a intensificarsi, altre grandi società finanziarie sarebbero fallite e l'intero sistema finanziario globale sarebbe stato seriamente a rischio. Quello che sappiamo riguardo agli effetti delle crisi finanziarie indica che la recessione globale prodotta da questa crisi avrebbe potuto essere straordinariamente grave e prolungata».

Due scuole di pensiero negano questa interpretazione. Una sostiene che l'economia è sempre in equilibrio. Se la disoccupazione è esplosa può essere solo perché, dopo l'implosione della Lehman, i lavoratori hanno deciso di prendersi una vacanza. Un'ottica alternativa è che le depressioni sono la conseguenza naturale degli eccessi, e in attesa che gli errori passati vengono purgati soffrono tanto i colpevoli quanto gli innocenti. Le autorità giustamente hanno respinto queste teorie. Le economie non sono sempre in equilibrio e, se una correzione degli eccessi sul piano dei prezzi delle attività, dei mercati finanziari e dei consumi era diventata ineludibile, una spirale recessiva generale non era né inevitabile né tollerabile.

Il salvataggio del sistema finanziario, le politiche monetarie espansive senza precedenti e l'espansione della spesa pubblica (in quest'ultimo caso non discrezionale, ma per lo più automatica) hanno effettivamente arginato il crollo dell'economia mondiale.

Gli analisti della Jp Morgan aggiungono un secondo elemento, più transitorio: la «correzione da parte delle aziende che all'inizio dell'anno avevano previsto condizioni economiche e finanziarie molto peggiori di quelle poi effettivamente verificatesi». E dunque ora la Jp Morgan prevede per il terzo trimestre una crescita annualizzata del prodotto interno lordo del 4% negli Stati Uniti e del 3% nella zona euro.

Il successo forse più eclatante è stato la ripresa del settore finanziario. In effetti questa rinascita, pur se gradita, è imbarazzante: i finanzieri sono tornati ai loro consueti guadagni alti, mentre decine di milioni di persone hanno perso il lavoro, le economie sono molto al di sotto del loro potenziale e il debito pubblico sta esplodendo. Non può stupire che fustigare i bonus sia di moda.

Gli indicatori dell'avversione al rischio nei mercati finanziari sono migliorati nettamente. Con il ritorno della fiducia i mercati azionari sono risaliti, anche se rimangono ben al di sotto dei picchi toccati in passato. Nell'economia reale, la produzione industriale si è stabilizzata ed è probabile un rimbalzo significativo per effetto del ciclo di avvicendamento delle scorte. Tutte le previsioni per il 2010 ora mostrano una serie di miglioramenti mensili, con Cina e India a guidare la corsa a livello globale e gli Stati Uniti, come al solito, in testa fra i Paesi ad alto reddito.

E dunque adesso che cosa bisogna fare? I ministri dell'economia del G-20 avevano ragione quando concordavano sulla «avere basi solide, di un processo trasparente e credibile per revocare il sostegno straordinario offerto al settore finanziario attraverso politiche di spesa e politiche monetarie». Ma avere un piano credibile è cosa ben diversa dal metterlo in pratica. Anzi, avere un piano credibile è il modo per evitare revoche premature dei provvedimenti messi in campo.

Molti si preoccupano dell'inflazione. Attualmente da questo punto di vista si rasenta l'isteria. Soprattutto bisogna dire che non sarà una revoca prematura degli stimoli a ridurre questo pericolo. Al contrario, potrebbe renderlo ancora maggiore perché potrebbe provocare un'altra tornata di interventi aggressivi. E allora perché non c'è motivo di preoccuparsi dell'inflazione ora? Tanto per cominciare, l'economia mondiale ha un'enorme eccedenza di capacità produttiva, che è impossibile da misurare con esattezza, specialmente dopo le recenti turbolenze. Nel suo ultimo Economic Outlook, l'Ocse ha calcolato la differenza tra produzione effettiva e produzione potenziale quest'anno in oltre il 5% della produzione potenziale, nei paesi membri dell'organizzazione. La crescita il prossimo anno dovrà essere di almeno il 2-3% se vogliamo colmare questo divario. Secondo le ultime previsioni, non sarà così.

In secondo luogo, il debito pubblico, anche se pesante, è sostenibile. Il tasso d'interesse reale che paga il governo Usa sul suo debito, ad esempio, è inferiore al 2 per cento. Perciò gli interessi su un debito pubblico del 100% del Pil costerebbero il 2% del Pil. È ridicolo sostenere che sarebbe un fardello insostenibile. Inoltre, in un'economia che cresce al 4% annuo in termini nominali (sicuramente il minimo che ci si possa aspettare per gli Stati Uniti sul lungo termine), il debito pubblico potrebbe stabilizzarsi sul 100% del Pil con un deficit di bilancio del 4% del Pil. Questa non è una raccomandazione, ma un'osservazione. Per concludere, l'espansione dello stato patrimoniale della Federal Reserve, compreso il balzo in avanti delle riserve delle banche commerciali, genererà inflazione solo quando il credito e la spesa cominceranno a decollare. Ma è proprio in queste circostanze che sarà più facile per la Fed drenare la liquidità in eccesso. Certo, potrebbe aspettare troppo a lungo. Ma non è detto.

  CONTINUA ...»

9 settembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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