L'annuncio del Vaticano sulle "virtù eroiche" di Pio XII ha in queste ore rinfocolato una polemica che sembrava, negli ultimi anni, essersi attutita e soprattutto essersi spostata dal piano delle polemiche politico-confessionali a quello storico. Riemergeranno così gli schieramenti opposti, le leggende nera e rosa, la denigrazione e l'apologia? E che ne sarà del dialogo? Eppure, la dichiarazione resa da rav Di Segni, da Gattegna e da Pacifici - sottolineando proprio la necessità di scindere il piano della santità, su cui gli ebrei non hanno evidentemente voce in capitolo, da quello della storia - sembrava una presa di distanza da ogni estremismo.
Ma quali sono, dal punto di vista storico, le acquisizioni condivise, quali le differenti interpretazioni, quali i punti di netta divergenza fra i sostenitori di Pio XII e i suoi critici? Non dico fra gli ebrei e i cattolici, perché il confine non passa necessariamente fra gli schieramenti religiosi, e cattolici sono molti degli oppositori di Pio XII. Inoltre, non prendo nemmeno in considerazione le posizioni più estreme, quelle della leggenda nera e di quella rosa. Non m'interessa esaminare le sparate polemiche di storici screditati come Goldhagen, né discutere della definizione data di Pio XII da Cornwell come il Papa dei nazisti, come non voglio prendere in considerazione interpretazioni apologetiche che hanno - come ha sostenuto recentemente in un dibattito il direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian - nuociuto all'immagine papale quanto quelle denigratorie della parte opposta. Le polemiche estreme sono importanti solo perché deteriorano gli umori dell'opinione pubblica, abituata ad apprezzare più i bianchi e neri che i toni smorzati, ma non portano acqua al mulino della storia. Ma cosa c'è al di là delle leggende?
Innanzitutto, i silenzi. Che i silenzi ci siano stati, è giudizio condiviso sia dai sostenitori di Pio XII che dai suoi oppositori. Che la Santa Sede abbia pesato con cura i suoi termini, abbia rinunciato a schierarsi apertamente contro il nazismo e abbia mantenuto una posizione di dichiarata "neutralità", nessuno lo contesta. La discussione nasce non sulla realtà dei silenzi, ma sulle loro motivazioni. Per i sostenitori del Papa, i silenzi furono volti ad evitare maggiori disastri, come successe di fatto quando i vescovi olandesi condannarono dai pulpiti le deportazioni, e i tedeschi reagirono con deportazioni di massa anche fra i cattolici di origine ebraica (fu in quell'occasione che Edith Stein fu deportata). Per i suoi critici, riesce difficile immaginare che cosa di peggio sarebbe potuto succedere di quanto effettivamente successe, almeno per quanto riguarda il destino degli ebrei. Inoltre, i critici dei silenzi di Pio XII vi scorgono anche motivi di carattere politico: il timore dei comunisti, l'adesione rigida alla proclamata neutralità della Chiesa, e non ultima una mentalità antigiudaica ancora viva nella Chiesa di quegli anni. Ancora, i sostenitori di Pio XII sostengono che i silenzi non sono stati solo suoi, ma di tutti, e in primis degli alleati, la cui priorità era vincere la guerra, non difendere gli ebrei. Ma, è stato risposto, l'unica guerra possibile per un Pontefice sarebbe stata la condanna morale e religiosa, quella strada profetica che il Papa non scelse, e su cui la storiografia cattolica è più critica verso Pio XII di quella ebraica.
Un altro punto è quello dell'aiuto dato dalla Chiesa agli ebrei. Aiuto di cui è difficile, anche da parte della storiografia più critica verso Pio XII, negare l'esistenza. Il libro di Andrea Riccardi L'inverno più lungo ci descrive una Roma senza altra autorità, di fronte alla occupazione nazista, che quella della Chiesa, le istituzioni religiose e gli edifici extraterritoriali zeppi di rifugiati ebrei, antifascisti, membri della Resistenza, ufficiali angloamericani, soldati che non avevano aderito a Salò. Un'immagine che già era emersa anni fa nel bel libro di Enzo Forcella, e che non può certo, dato il numero di testimonianze, essere negata. Il punto più contestato è se si sia trattato di un'azione spontanea o di un ordine del Vaticano. Anche se non esiste un ordine scritto, se gli archivi - ancora chiusi, e sulla cui apertura molto si discute, e che tutti auspicano avvenga in tempi brevi - non lo contengono, tanto fitto era il rapporto diretto tra il Vaticano e i luoghi di rifugio, attraverso membri anche di grado molto elevato del clero, che è davvero difficile pensare che si sia trattato di un'attività ignorata dal Vaticano. Questa protezione ci fu, fu molto ampia e salvò molte vite. E di questa protezione il mondo ebraico si è detto e si dice ancor oggi riconoscente.
Lo scontro è quindi sulla mancanza di una netta condanna. Mancanza che pesò, forse, sulla deportazione del 16 ottobre. È impossibile dire oggi se questa strategia del male minore abbia o meno salvato delle vite. È un discorso che potremmo allargare a tante situazioni del genere, sotto il tallone nazista. Il "collaborazionismo" dei consigli ebraici nei ghetti non ripropone forse un simile dilemma?. Si può pensare che una condanna aperta delle deportazioni avrebbe reso più difficile l'obbedienza dei cattolici tedeschi, come anche che avrebbe reso ancor più difficile salvare delle vite. È materia su cui si può discutere, senza tuttavia dimenticare che la colpa assoluta e primaria fu dei nazisti. È su questi dati fattuali e su queste interpretazioni che si sono costruite leggende opposte. L'una, quella di un Papa filonazista, ed è stato dimostrato che a questa immagine molto ha contribuito la propaganda sovietica; l'altra quella di un Papa eroico salvatore degli ebrei.
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