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La banca è morta, viva la banca

di Martin Wolf

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30 settembre 2009

l Financial Times ha inaugurato una nuova serie di articoli sul futuro degli investimenti. Mi chiedo: ma qual è il futuro della finanza? C'è qualcuno fiducioso che il sistema finanziario che oggi esce dalla crisi sia più sicuro o migliore per servire le esigenze della gente rispetto a quello che è entrato in crisi? La risposta è necessariamente: poche persone. La domanda da porci quindi è come porre rimedio a questa disastrosa situazione.

Quello che è andato in crisi ora lo sappiamo - era un settore finanziario mal gestito, irresponsabile, fortemente concentrato e a corto di capitali, straripante di conflitti di interesse e che beneficiava di implicite garanzie statali. Quello che emerge dalla crisi è un settore finanziario appena un po' meglio capitalizzato, ma sempre troppo concentrato e che beneficia ancora troppo di esplicite garanzie statali. Questo non lo chiamerei progresso: prospetta infatti negli anni a venire ancora più crisi, ancora più gravi.

Il mio amico e collega John Kay è consapevole di questi pericoli, come ben sanno i suoi lettori. La sua risposta, illustrata in un opuscolo redatto per il Centro per lo studio dell'innovazione finanziaria, a Londra, è presto detta: si chiama "Narrow banking". Kay respinge l'idea che più severe regolamentazioni possano risolvere i problemi creati dalla finanza sostenuta dai governi. Sottolinea che la vigilanza è sempre soggetta alla "regulatory capture", cioè ad interessi particolari. Oltretutto, Kay fa notare che le banche «sono andate in crisi con capitali in linea generale eccedenti rispetto ai requisiti previsti dalle normative. Queste clausole pertanto si sono dimostrate non soltanto inadeguate, ma estremamente inadeguate ai problemi che si sono dovuti affrontare». Peggio ancora: molti dei pericoli - nello specifico la crescita della finanza fuori bilancio- riflettevano altrettanti tentativi di aggirare le normative. La regolamentazione, quindi, non è la risposta, ma almeno finora è stata parte del problema.

Qual è dunque la risposta giusta? La divisione delle attività bancarie in «utility» e «casinò», risponde Kay. La grande idea è che i depositi garantiti dovrebbero essere appoggiati da «asset liquidi veramente sicuri » - noti come 100 per cent reserve banking. In pratica, questi asset sarebbero obbligazioni governative. Questa è la forma più rigorosa che esista di narrow banking, ma Kay non è molto chiaro circa le proprie intenzioni a insistere su questo modello. Potrebbe sembrare disposto ad accettare condizioni meno rigide.

Per chiarire meglio le cose, tuttavia, cerchiamo di concentrarci sul 100 per cent reserve banking, idea discussa anche negli ambienti economici austriaci. È funzionale? Che cosa potrebbe implicare? Per rispondere a questo quesito dobbiamo comprendere come siamo potuti entrare nel nostro mondo di soldi a credito.

Supponiamo per un momento che qualcuno abbia escogitato la seguente configurazione per le istituzioni centrali del nostro sistema finanziario: sarebbero più che altro finanziate da depositi, convertibili a richiesta; investirebbero in un'ampia gamma di asset spesso poco trasparenti e non liquidi; si dedicherebbero a complesse attività di trading; ma avrebbero un equity cushion sottilissimo. Certo - concluderebbero le persone comuni- tutto ciò è fraudolento. Avrebbero ragione: una simile struttura può andare avanti soltanto perché le banche centrali agiscono in vesti di enti prestatori in extremis. L'abilità del governo di creare capitali è messa a disposizione degli interessi dei privati. Al momento giusto, la capacità di prendere in prestito dal governo delle cifre di denaro a interessi zero corrisponde a una vera e propria licenza a stampare più banconote.

In pratica, tuttavia, ci siamo spinti molto oltre: abbiamo anche esplicitamente garantito molti depositi e implicitamente garantito molte più liabilities . In realtà, nella crisi chi ha dovuto prendere le decisioni ha garantito tutte le passività delle istituzioni ritenute sistemicamente significative e importanti. Oggi le principali istituzioni finanziarie sono, al di là di ogni dubbio, parte dello stato.

La proposta di Kay, nel complesso, è di porre fine alle frodi: le banche sarebbero costrette a tenere gli asset sicuri e liquidi quanto le loro liabilities. Sappiamo che esistono altri metodi per rendere un sistema di banche dalle esigue riserve relativamente sicuro: uno stabile oligopolio interno otterrebbe buona parte dello stesso risultato. Ma sembrerebbe estremamente regressivo. La risposta giusta, allora, è quella di Kay? Un'ovvia obiezione è che la sua soluzione imporrebbe un massiccio sconvolgimento nel mondo finanziario. Considerata però la crisi, uno scompiglio simile è il meno che dobbiamo temere. Altra obiezione (anche se per certi aspetti vantaggiosa) è che, portata alle estreme conseguenze, questa soluzione eliminerebbe le politiche monetarie. Il debito pubblico custodito dalle banche deciderebbe la fornitura di capitali.

  CONTINUA ...»

30 settembre 2009
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