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Le tre vie per la ripartenza europea (di M. Spence)

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gli economisti

Le tre vie per la ripartenza europea (di M. Spence)

A luglio la Commissione europea ha pubblicato la sua sesta relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale (definizione che può essere tradotta più o meno "uguaglianza e inclusività"). La relazione prospetta il piano di un investimento consistente - 450 miliardi di euro (583 miliardi di dollari) da parte di tre fondi dell'Unione europea - da effettuare da qui al 2020.

Tenuto conto delle difficili condizioni economiche e fiscali odierne, nelle quali gli investimenti del settore pubblico hanno parecchie probabilità di essere esclusi dai bilanci nazionali, questo piano rappresenta un apprezzabile impegno a favore di investimenti nel settore pubblico finalizzati alla crescita.

La strategia di coesione della Ue è ammirevole e intelligente. Se in passato gli investimenti di questo tipo erano fortemente orientati verso le infrastrutture materiali - in particolare i sistemi di trasporto -, ormai l'agenda è cambiata, indirizzandosi verso un insieme più bilanciato di obiettivi, tra i quali il capitale umano, l'occupazione, le competenze e le basi tecnologiche dell'economia, l'informatica, la crescita a bassa emissione di CO2 e la governance.

Detto ciò, ci si può legittimamente chiedere quali guadagni economici e sociali ci si aspetta di ottenere da questi investimenti. Certo, sostenere alti tassi di crescita impone di sostenere alti livelli di investimento pubblico, così da aumentare gli utili dell'investimento privato (e quindi i livelli di investimento), il che a sua volta fa aumentare la produzione e l'occupazione. Ma l'investimento pubblico è soltanto una delle componenti delle strategie di successo per la crescita. Sarà sicuramente positivo in tutti gli eventuali scenari, ma se si toglieranno di mezzo altri impedimenti limitanti il suo impatto sarà decisamente maggiore al di là del breve periodo.

Tre questioni complementari paiono di importanza decisiva. La prima, per lo più di competenza della Banca centrale europea, interessa la stabilità dei prezzi e il valore dell'euro. La seconda è fiscale, e la terza è strutturale.
I tassi di inflazione, al momento molto al di sotto dell'obiettivo annuale del 2% della Bce, si collocano nella zona a rischio deflazione. Tenuto conto che la deflazione tende a incrementare il peso reale del debito sovrano e delle passività della pubblica amministrazione come il sistema pensionistico, qualora si presentasse potrebbe compromettere la situazione, di per sé già delicata, delle finanze pubbliche di molti Stati, e impedirebbe la crescita.

In un contesto post-crisi di politiche monetarie aggressive e non convenzionali in altri Paesi avanzati, le politiche della Bce, meno aggressive (grazie al suo mandato più restrittivo), hanno determinato un tasso di cambio che ha nuociuto alla competitività e al potenziale di crescita dei settori tradable di molte economie della zona euro. Ciò è fondamentale, perché la maggior parte delle economie ha vissuto, nel periodo antecedente alla crisi, parametri di crescita caratterizzati da livelli alti e insostenibili di domanda interna aggregata. Il ribilanciamento, pertanto, impone di orientarsi verso il settore tradable e la domanda esterna. Un euro più debole sarebbe di sicuro beneficio.

La Bce è consapevole di ciò, e pur senza parlarne apertamente, sta espandendo i suoi programmi di acquisto di asset per far salire l'inflazione e far scendere l'euro. Il presidente della Bce Mario Draghi è stato chiaro nel dire che ripristinare l'inflazione desiderata e indebolire la valuta comune non è una strategia per la crescita. Per rimettere in sesto le situazioni fiscali di molte economie nazionali si rendono necessarie riforme complesse, essenziali altresì per aumentare la loro flessibilità strutturale. La Bce non potrà riuscire a fare tutto ciò da sola.

Dal punto di vista fiscale, i livelli del debito sovrano sono troppo alti e tuttora in aumento. In ogni caso, la sfida maggiore è quella della mancanza di finanziamenti per le passività dei fondi pensioni e dei sistemi previdenziali, che si stima siano di quattro volte o più superiori al volume complessivo del debito sovrano. Chiaramente, è indispensabile varare piani affidabili per arrestare la crescita di questi passivi.
Ma non basta: tali passività devono essere anche ridotte, perché già adesso impongono un onere fiscale opprimente, dovuto in buona parte al rapido invecchiamento della popolazione, e soprattutto all'aumento della longevità. Una recente analisi della situazione negli Usa indica che tra circa dieci anni le passività dei programmi assistenziali avranno un impatto sui budget pubblici. In Italia, invece, hanno già avuto un impatto evidente, per esempio, a causa della situazione demografica meno favorevole.

La crescita ridurrà questo peso morto, ma sul breve e sul medio periodo le previsioni di crescita sono altamente problematiche. L'inflazione abbasserebbe il valore reale sia del debito sia di altre passività non indicizzate, ma per il momento si è esclusa perfino un'inflazione controllata a livelli più alti. Ancora una volta, quindi, il rischio attuale è quello della deflazione.

I governi potrebbero aumentare le imposte per coprire una percentuale maggiore delle spese necessarie, ma non è plausibile che ciò aiuti la crescita. Anzi, questa misura imporrebbe questo fardello sulla forza lavoro e sui giovani che stanno cercando di entrare nel mercato del lavoro, una considerevole parte dei quali per altro è mobile e potrebbe semplicemente andarsene. Nello stesso modo, emettere più debito per coprire la parte delle passività in scadenza non farebbe altro che spostare semplicemente la composizione delle passività, senza ridurle.

L'unica altra alternativa possibile è la riduzione diretta. Per il debito sovrano ciò significa default, che si verificherebbe soltanto in circostanze estreme; per le passività invece ciò vorrebbe dire cambiare i parametri sistemici, per esempio aumentando progressivamente l'età pensionabile, ma si tratta di qualcosa di controverso ed eccezionalmente difficile da fare a livello politico.

Il terzo fattore mancante è la flessibilità strutturale, indispensabile per due motivi. Il primo è che la maggior parte delle economie avanzate ha mantenuto gli stessi modelli sbilanciati di crescita che hanno portato alla crisi globale del 2008. Ripristinare la crescita, invece, impone di effettuare cambiamenti strutturali.
Negli Stati Uniti, benché la crescita resti ben al di sotto del suo potenziale, i dati indicano che circa la metà della ripresa nella crescita è derivata da uno spostamento del capitale e della forza lavoro nel settore tradable dell'economia, e dalla forte spinta ricevuta dallo sfruttamento del gas di scisto. Tutto ciò non avviene nelle economie europee meridionali, o per lo meno non avviene a ritmo sostenuto, mentre è indispensabile affrontare e risolvere le rigidità strutturali del mercato del lavoro e di quello dei servizi. Unica eccezione è la Spagna, che ha dato il via alle sue riforme del mercato del lavoro alla fine del 2012. Appena l'impatto di queste riforme diventerà più visibile, anche in altri Paesi forse aumenterà la spinta riformista.
Anche senza gli squilibri legati alla crisi, la flessibilità strutturale è indispensabile per adattarsi ai cambiamenti determinati dalla globalizzazione, dai risparmi sul costo del lavoro e dalle trasformazioni tecnologiche associate al valore in aumento del capitale digitale. Negli ultimi trent'anni, l'economia globale ha aggiunto 1,5 miliardi di nuovi lavoratori connessi nei Paesi in via di sviluppo, e sono in arrivo altri tre miliardi di nuovi consumatori.

Le tecnologie digitali hanno fatto piazza pulita di milioni di posti di lavoro di routine per colletti bianchi e blu, e ci avviciniamo rapidamente al regno dell'occupazione basata sulle competenze. Se si auspica che l'investimento nel capitale umano stia al passo con la discontinua composizione dell'occupazione, la flessibilità strutturale è indispensabile.
L'Europa ha un'effettiva possibilità di concludere un buon affare: i Paesi membri potrebbero varare riforme fiscali e strutturali in cambio di un allentamento a breve termine dei vincoli finanziari, non per aumentare le passività, bensì per concentrarsi sugli investimenti orientati alla crescita e consentirle così una ripresa sostenuta. Se ciò accadesse, gli investitori privati ne prenderebbero atto e accelererebbero il processo di ripresa. Adesso, però, la vera sfida è cogliere questa occasione.
(Traduzione di Anna Bissanti)

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