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Metti il denaro in letteratura

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Europa

Metti il denaro in letteratura

John Russell, XIII duca di Bedford, lasciò le pene di questo mondo nel 2002 a una veneranda età. Scrisse ne Il libro degli snob che il denaro, allorché si possiede in forti quantità, contiene un’alta percentuale di elementi autodetergenti; e tutto quello di cui i ricconi possono disporre «è sempre candido come un giglio». Il nobiluomo inglese la sapeva lunga sulle fortune e sui ricicli che la storia richiede, anche perché la sua famiglia fu creata e ricreata più volte. Di certo, ironizzando da par suo sulle fortune accumulate dai non blasonati, non sospettava di prendere parte a un tema letterario in continua evoluzione. D’altra parte, agli inizi della filosofia moderna, due pensatori inglesi, Francis Bacon e Thomas Hobbes, giunsero a considerare il denaro come un linguaggio: ancora oggi possiede un’eloquenza senza rivali. Claude Lévi-Strauss ha perfezionato questa intuizione, superando quelle di Adam Smith: le parole e i soldi – insieme alle donne – sono i principali mezzi di scambio tra gli uomini e costituiscono la base della società. Karl Marx, che la sapeva lunga su tali argomenti, nella sua opera Per la critica dell’economia politica riferisce una frase di Gladstone: «Nemmeno l’amore aveva fatto impazzire tanti uomini quanti ne erano impazziti scervellandosi sulla natura del denaro».

Le società, però, mutano continuamente la loro percezione dei quattrini e la letteratura non può fare altro che registrare tali cambiamenti. Sino a giungere nell’era postmoderna, in cui della «ricchezza virtuale, volatile, cartacea – demoniaca e immaginosa – i romanzi denunciano lucidamente ingiustizie e misfatti; e insieme ne accarezzano le mirabolanti promesse». La citazione è stata presa in prestito dal saggio che Pierluigi Pellini dedica a Il denaro nell’ambito del vasto lavoro sulla Letteratura europea (diretto da Piero Boitani e Massimo Fusillo, 5 volumi pubblicati dalla Utet Grandi Opere). Non sembri strano ma, nonostante gli idealisti, è ormai impossibile tentare un bilancio di autori e tendenze del Vecchio mondo, pur accordando la massima attenzione a tutte le manifestazioni dello spirito, senza occuparsi di denaro. Si è sempre ripetuto che dove circolano i soldi nascono le idee e la ricchezza favorisce la creazione di capolavori letterari e filosofici, di prodezze artistiche e scientifiche, ma da due secoli siamo certi che il denaro è parte integrante delle opere di autori come Balzac o Dostoevskij, pagati a pagina o addirittura a riga, perennemente inseguiti dai creditori, tiranneggiati dai giornali e da editori taccagni. Pellini segnala che il Novecento con le sue mille avanguardie aveva trovato spazio per opporsi a «una logica commerciale che promuove il lettore pagante ad arbitro ultimo del valore letterario», ma oggi – grazie alla globalizzazione e alla comunicazione intensiva dei grandi gruppi – «l’assimilazione del testo poetico a una merce sembra un dato acquisito, naturale; e la sociologia critica della letteratura una disciplina defunta».

Il termine «merce» implica un’immediata commutazione in denaro, anche se ormai siamo andati oltre, come prova Cosmopolis di Don DeLillo (del 2003, tradotto da Einaudi), dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto e sceneggiato da David Cronenberg (2012): in esso un personaggio, Kinski, illustra la nascita di una nuova era. È quella in cui regna il capitale puro: «Il denaro ha subito una svolta. La ricchezza è diventata fine a se stessa. Le enormi ricchezze sono tutte così. Il denaro ha perso la sua qualità narrativa, come è accaduto alla pittura tanto tempo fa. Il denaro parla a se stesso». Che aggiungere? Una semplice osservazione: i soldi sono diventati ricchezza virtuale, registrata nei computer ma che nessuno più possiede, tocca, sposta materialmente. Ricordiamoci del divertente racconto Fratello Bancomat di Stefano Benni, del 1994: evoca con un sorriso il fatto che i capitali si accumulano o si dissolvono sospinti da alcuni impulsi informatici; non a caso si immagina che lo sportello automatico assuma una vita propria e, colto da un istinto antico, offra ai bisognosi le banconote prelevandole dai conti grassi.

Georg Simmel, filosofo che nel 1900 pubblicava - raccogliendo saggi scritti in diversi tempi all’argomento - un libro dal titolo La filosofia del denaro, teorizzò come sua principale caratteristica quella di rapportare gli esseri umani alle cose e quale effetto del suo prevalere una società dominata dalla dimensione della quantità. La smaterializzazione che i soldi hanno subito negli ultimi lustri, ci ha condotto verso altri scenari, per ora non facilmente prevedibili: le ricchezze, quando diventano autoreferenziali, rischiano di perdere il rapporto che le ha sempre legate alle cose. Problemi che un tempo potevano esseri giudicati fantasie letterarie, ma ora li abbiamo davanti. L’avarizia classica, tra l’altro, è destinata a cedere definitivamente il passo ad alcune paure e restrizioni virtuali, che si producono attraverso un ricorso a dati elaborati facendo simulazioni continue del proprio stato finanziario. Paperon de’Paperoni, che faceva il bagno nelle monete, potrebbe ormai essere un signore che si esalta pensando a ricchezze che mai potrà toccare. Dovrà provare piacere senza tuffarsi dal trampolino del suo deposito. Non vedrà più le pile o i sacchi di banconote.

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