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Se i primi della classe diventano imputati

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LE PAGELLE UE

Se i primi della classe diventano imputati

Francia «sorvegliata speciale sul deficit», per usare le parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Germania sotto procedura con richiamo all'ordine dalle parole forti e inconsuete: « I suoi insufficienti investimenti pubblici e privati e il suo eccessivo surplus corrente (da anni sopra il 6% del Pil, ndr) aumentano il rischio sistemico per l’eurozona».

Pianeta euro alla rovescia nella confusione di ruoli consolidati, con il virtuoso per antonomasia che finisce pubblicamente fustigato e gli eterni renitenti più o meno assolti o comunque graziati dagli eccessi disciplinari delle regole europee, di cui peraltro si sono appurati sul campo gli effetti deleteri per crescita e occupazione?

Si direbbe di sì. Insieme al Belgio ieri infatti l'Italia ha incassato la promozione della manovra 2015 sfuggendo alla procedura per il troppo debito, ai rigori del fiscal compact, perché «la sua rigida applicazione dopo 4 anni di recessione avrebbe richiesto una correzione troppo brutale e messo il Paese in una situazione insostenibile», ha tenuto a sottolineare Pierre Moscovici, il commissario competente.

Non solo. Una sorta di legge del contrappasso ha voluto che, proprio all’indomani del braccio di ferro tra Eurogruppo e Grecia, che ancora una volta ha incontrato la Germania protagonista duro e punitivo anche più del solito e attivo artefice della capitolazione di Atene, sia Berlino ora a salire sul banco dei grandi imputati europei: paradossalmente a prima vista per eccesso di virtù economiche e competitive. Che però diventano colpevoli quando si sceglie deliberatamente e testardamente di non fare gioco di squadra per stimolare la domanda e l’economia della moneta unica mentre si accusano molti partner di minare coesione e stabilità dell'area rinnegando gli imperativi dell’interdipendenza e degli interessi comuni con i loro comportamenti anarchici e irresponsabili.

Naturalmente sarebbe grottesco mettere sullo stesso piano egoismi e mancanza di spirito di corpo di Germania e Grecia. Anche se, a ben riflettere, tra il primo e l’ultimo della classe dell’euro, c’è un abisso che li divide per peso, influenza e doveri di leadership.

Al di là di parallelismi che sorgono spontanei ma restano manifestamente forzati, la verità esplosa ieri è anche un’altra: il patto di stabilità rafforzato è insostenibile nell’Europa dalla crescita smorta e dalla deflazione al -0,6%. E lo è ancora di più se i Paesi, che avrebbero margini di manovra per aiutare lo sviluppo, preferiscono inseguire, anzi anticipare addirittura di un anno, il traguardo del pareggio di bilancio. Come se non bastasse già l’abnorme surplus corrente che si tengono carissimo. Se questo è il quadro dell’eurozona, la flessibilità nell’applicazione del patto e il Qe della Bce di Mario Draghi non sono una gentil concessione ma una necessità assolutamente vitale per evitare di affondare l’euro. Che è un club dove tutti indistintamente devono fare la loro parte. Anche la Francia, la sua seconda economia, che dal 2001 convive caparbiamente, con l’eccezione di due anni, con un deficit superiore al 3% e ora dovrà arrendersi a fare entro maggio sforzi aggiuntivi. Anche l’Italia, che ha scampato la procedura ma sa di non poter convivere a lungo con un debito di dimensioni abnormi. Nel proprio interesse prima che in quello europeo.

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