È certamente apprezzabile che il presidente del Consiglio abbia ribadito l’obiettivo del governo di non aumentare le tasse, anzi di ridurle, e di non tagliare le prestazioni ai cittadini. Ma questo dalle linee guida del Documento di economia e finanza, presentate ieri, non emerge. Non emerge innanzitutto perché il Def – varato ad aprile come previsto dalle nuove regole europee – non può recare il dettaglio di misure che saranno approvate solo in autunno con la legge di stabilità. Ma anche perché il quadro delle entrate e delle uscite pubbliche, per il prossimo anno, parte con la zavorra di un drammatico meno 16 miliardi, che sono i 16 miliardi di tasse in più pronte a scattare a legislazione vigente con le cosiddette clausole di salvaguardia.
Eredità del passato? No, eredità in gran parte (per 12,8 miliardi) della legge di stabilità varata dal Governo lo scorso autunno. Un aumento di tasse a tutti gli effetti, aumento dell’Iva per la precisione. Anche se mascherato dalla dizione furba di “clausola di salvaguardia”. E anche se post-datato al 2016.
Ma ora il 2016 sta arrivando e, appunto, il Def si deve porre il problema di come scongiurare quell’aumento di tasse. La formula usata nella bozza del Documento di economia e finanza è per la verità un po’ più vaga dell’impegno secco preso da Renzi in conferenza stampa: «Il Governo – si legge - prevede di realizzare ulteriori risparmi e rimuovere la restante (sic!) parte delle clausole di salvaguardia con interventi anche di riduzione delle spese e delle agevolazioni fiscali per almeno 10 miliardi nel 2016 e 5 miliardi nel 2017». Il che non lascia certamente tranquilli sul fronte di eventuali nuove tasse. Per non parlare del fatto che un taglio di almeno 10 miliardi di spesa in un anno finora non è mai stato fatto e pensare che questo possa essere talmente selettivo da non penalizzare anche la spesa produttiva è davvero illudersi di vivere nel migliore dei mondi possibile, certamente non nell’Italia che ha da poco rispedito oltreoceano l’ennesimo commissario alla spending review.
Per saperne di più non si può che aspettare la legge di stabilità. Dal Def si capisce intanto la volontà del governo di sfruttare i margini di flessibilità che l’Europa potrebbe concedere in considerazione del Programma nazionale di riforma, la parte sicuramente migliore di questo testo. La fitta scansione di riforme fatte o in divenire fa emergere uno sforzo certamente senza uguali nella storia recente dei governi italiani. Anche se, rispetto a precedenti cronoprogrammi, va sottolineato lo spostamento in avanti delle date di approvazione dei decreti attuativi della riforma fiscale e della legge delega di riforma della Pubblica amministrazione. Due misure chiave, sulle quali c’è da augurarsi che non vi saranno ulteriori slittamenti.
Positivo anche l’impegno ad aumentare la spesa per gli investimenti pubblici. Ma è ancora sulle tasse che il Def permette di fare ulteriori valutazioni. Non tanto sul futuro delle misure che verranno, per le quali come si è detto bisognerà aspettare la legge di stabilità, ma per tirare un primo bilancio di quello che si è fatto. La tavola III (sempre della bozza) sull’evoluzione «dei principali aggregati delle amministrazioni pubbliche» è una miniera d’oro per capire il reale andamento delle imposte.
Il totale delle entrate tributarie crescerà quest’anno al 30,3% del Pil rispetto al 30,1% del 2014 e continuerà a crescere negli anni successivi (2016 e 2017) al 31,2 per cento. La pressione fiscale propriamente detta si collocherà quest’anno al 43,5%, confermando il valore del 2014, e salirà poi al 44,1 nel 2016 e nel 2017.
Ancora più significativo il confronto con il precedente quadro tendenziale, quello previsto dallo stesso governo Renzi il 30 settembre scorso con la nota di aggiornamento del Def. La pressione fiscale era indicata per il 2014 al 43,3% mentre ora è stata portata al 43,5%, per il 2015 era al 43,4 e ora è al 43,5, per il 2016 era al 43,6 e ora è 44,1, per il 2017 era al 43,3 e ora è al 44,1. Tutto rivisto al rialzo, dunque. Malgrado la stima del Pil sia stata aumentata di un decimale.
È vero che qui pesa l’annosa questione della contabilizzazione del bonus 80 euro tra le spese (come vuole l’Europa) o tra i tagli fiscali (come vuole, non senza ragione, il governo). Ma l’effetto “zero” sui consumi di quella misura dovrebbe indurre lo stesso governo a rivendicarla con un certo pudore. Di certo, comunque, la riduzione di tasse per (addirittura) 21 miliardi nel 2015 affermata da Renzi ieri in conferenza stampa fatica un bel po' ad emergere da questi dati.
Ha detto il falso il presidente del Consiglio? Certamente no. Ha citato solo una parte della verità? Certamente sì. Spingere sull’ottimismo e su una narrazione positiva fa del resto parte (forse) del suo mestiere. E la fiducia è certamente un ingrediente fondamentale della ripresa. Ma la fiducia ha anche bisogno di certezze. Perciò analizzare i numeri e raccontarli, tutti, è un mestiere almeno altrettanto importante. Che va rispettato, sempre.
© Riproduzione riservata